
AGLIANA. Appena si è presentato nella hall del Moderno di Agliana, la direzione artistica del teatro ha immediatamente capito per quale balzano motivo lo spettacolo che sarebbe andato a fare di lì a poco dopo si intitolasse L’importante è non cadere dal palco.
Ma Paolo Rossi, il 62enne cantastorie friulano adottato in gioventù dalla Milano del Derby, quello della palestra della comicità surreale, non di Inter-Milan, continua a giocare, come ha sempre fatto, sul filo del rasoio, una deambulazione artistica sistematicamente precaria che induce il suo pubblico, numeroso anche ad Agliana, l’altra sera, ad essere pronto a soccorrerlo.
In realtà poi, Paolo Rossi, non ha mai bisogno di nulla, se non dei suoi fedelissimi strumentisti che dal 1991 ad oggi, oltre che sapienti musici, si sono per forza di cose dovuti reinventare saltimbanchi e giocare, dall’inizio alla fine, con il loro fuoriclasse, un intrattenitore straordinario di doppi sensi, un jolly che detesta recitare secondo canovacci prestabiliti e che adora sempre rischiare di cadere nel vuoto, ma mai dal palco.
Lo sa bene, Emanuele Dell’Acqua, chitarrista sublime, al quale Paolo Rossi chiede puntualmente supporto satirico, salvo poi rimetterlo a tacere perché proprio nel momento di mutuo soccorso, in favore del sergente Cenerentola arrivano i lumi della commedia, che riaccendono il suo incedere alcolico. Così come Alex Orciari, contrabbassista rubato al jazz senza pagare un centesimo di riscatto e Stefano Bembi, il gitano fisarmonicista della triade strumentale al servizio di Pantagruel. Loro sono lì, sul palco, al suo fianco, con un repertorio musicale sontuoso degno di un concerto e prontamente innescabile qualora la serata si mettesse male. Ne sono perfettamente consapevoli, dello spirito incerto degli spettacoli, ma hanno accettato con il sorriso la sfida, che vincono, sistematicamente da circa cinque lustri.
Come ieri al Moderno di Agliana, del resto, per uno show senza copione, più che dimenticato e all’insegna del motto stasera, come sempre, si recita a soggetto. E se il soggetto si chiama Paolo Rossi, beh, si può stare tranquilli, lo spettacolo uscirà fuori. O meglio, una lezione di teatro, come si è preoccupato di dire alla numerosa e ben disposta platea aglianese il capocomico di Monfalcone, abile pokerista di teresina capace di bluffare e prendersi il piatto anche a carte scoperte. Lo ha fatto strimpellando un buon vecchio blues, raccontando l’aneddoto che lo ha visto sodomizzato da un tizio che si era spacciato per il diavolo e si sa, a cinquant’anni suonati, al diavolo, non ci si può più credere o spiegando ai presenti che l’istituzione matrimoniale è ormai datata, soprattutto da un’epoca nella quale, l’età media era fissata attorno ai trent’anni e per forza, allora, ci si sposava e si restava fedeli!
L’arte scenica, del resto, Paolo Rossi l’ha ereditata dalla claque che l’ha preceduto sul palco del Derby, lo storico locale milanese aperto dagli zii di Diego Abatantuono nel 1962. In quel magico sottoscala, dove si sono dati appuntamento comici e lussuriosi, artisti e venditori di fumo e coltelli, prime donne e malavitosi, Dario Fo, prima di imboccare il viale del tramonto artistico-live, non certo culturale, consegnò al suo piccolo e impertinente erede lo scettro della comicità meneghina, fatto di silenzi e tempi tecnici indispensabili alla costruzione di tante risate, che sono quelle che decretano il successo di uno spettacolo. Il Derby morì quando nacque la televisione e a nulla valse, in quella Milano, trasferire il palcoscenico sullo Zelig: il dato della fine era ormai tratto.
Anche ieri, ad Agliana, è andata esattamente così, con un Paolo Rossi di incerta provenienza che sfodera, tra il panico degli addetti ai lavori, un’altra serata delle sue, montata come panna sulla cioccolata da un gelataio che solo un attimo prima ha rubato il carretto ad un collega e si è improvvisato ambulante. I soliti giochi di silenzi e sguardi, di battute proferite a bocca semicucita e un po’ strappata, tra l’infedeltà generazionale e un sinistrese che stenta a trovare una collocazione, una decente scurrilità, una pia blasfemia, un gioco delle parti nelle quali, al termine, Paolo Rossi riprende il proprio sacchetto nel quale ha riposto almeno un ricambio, se lo mette in spalla per andare a far sorridere un’altra platea, chissà dove.
Basta che gli si dica dove, perché sa lui, poi, come non cadere dal palco.
























