
LE PROFONDE RADICI della disoccupazione manuale e del precariato intellettuale risalgono alla strategia Europea di Lisbona nel marzo 2000 fine di rendere l’Europa “l’economia più competitiva e dinamica del mondo basata sulla conoscenza.” che e stata proseguita e rimaneggiata nella attuale “Strategia Europa 2020”.
Queste politiche di innovazione non hanno messo in evidenza come la innovazione tecnologica andava sistematicamente ad escludere il valore del capitale umano; cosi che tali strategie politiche si sono rivelate irresponsabili perché incuranti di come la automazione e la computer intelligence avrebbero determinato una crescita della economia finanziaria a discapito della costante decrescita delle opportunità di lavoro.
L’Europa competitiva e dinamica ha rivolto al suo interno la concorrenza tra i vari stati nazionali anziché rivolgerla preferenzialmente verso l’ estero. Alla concorrenza interna per il Profitto di ciascuna Nazione, ci ha costretto una Europa con una moneta “Double Face”: infatti da un lato è unitaria Europea mentre dall’ altra faccia è Nazionale. Ciò significa che la concorrenza interna tra i paesi Europei, di differenziata potenza economica, ha determinato uno Spread monetario tra di essi.
Cosi che mentre si è fatto credere alla gente di avere in tasca una moneta Unica in Europa in realtà ogni Paese Europeo deve moltiplicare il valore unitario della faccia EU del conio per il coefficiente di Spread proprio di ciascuna Nazione. Cosi di fatto ogni Paese Europeo non ha una moneta Unica ma essenzialmente diversa nel suo valore effettivo di mercato e pertanto la differenza dello indicatore di “spread”‘ va a favore dei paesi capaci di effettuare maggiori profitti dal mercato Europeo.
La responsabilità di questo stato di squilibrio delle economie in Europa, agisce sul deprimere la capacita produttiva e di sviluppo del lavoro dei paesi più deboli, sta proprio nel aver accettato che in Europa fosse possibile una spietata concorrenza interna che si traduce in differenti velocita di sviluppo strategico dei paesi Europei, la quale è messa in perfetta evidenza fin dall’ origine dell’ Euro, dal conio double face e al conseguente “Spread”, anziché essere rivolta verso le opportunità di innovazione del lavoro necessarie per realizzare una unione Europea capace di concorrere ad elevati livelli di conoscenza con il resto del mondo.
A peggiorare la situazione ha concorso l’ atteggiamento dell’ Italia favorevole alla globalizzazione dei mercati che ha condotto alla attuale profonda crisi economica e che ha decretato un considerevole aumento dei tassi di disoccupazione e ad una maggiore domanda di protezione delle credito bancario e finanziari.
In risposta a tutto ciò la politica del Pd ed in particolare del governo Renzi, ha inteso aumentare la flessibilità del lavoro prima con la eliminazione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, e poi con la recente riforma del (Jobs Act) per garantire sempre di più la economia finanziaria e gli investimenti in innovazione tecnologica a detrimento dello sviluppo del capitale umano e sociale.

Questa flessibilità del lavoro adattandosi al mercato in favore del capitale finanziario, rischia una ulteriore della coesione sociale che incide nella possibilità democratica di ricercare e condividere nuove soluzioni alternative alla reale necessità di rapido cambiamento delle modalità di lavoro che fanno seguito alle trasformazioni indotte dallo sviluppo scientifico e tecnologico, che viceversa avrebbero ottimali potenzialità di migliorare le condizioni di vita della gente.
La trasformazione del sistema economico-produttivo infatti oggigiorno richiede anzitutto di un profonda rielaborazione della educazione sociale e una formazione altamente innovativa, tale che sia alla altezza del cambiamento e quindi capace di favorire una netta “sostituzione” di nuove strategie di produzione: ad es la progressiva ed impellente sostituzione del petrolio con l’ Idrogeno ed un sempre più ampio ricorso alle energie rinnovabili, cosi che produzione e consumi divengano a basso dispersione energetica e con minimo impatto sulle risorse naturali per l’alto contenuto ecologico.
Questa strategia di innovazione è fondamentalmente basata sul capitale umano in quanto è indirizzata allo sviluppo della moderna “ Economia Circolare”. (1)
Egocreanet (Ngo c/o Incubatore della Università di Firenze) è impegnata a promuovere la nuova strategia scientifica e culturale della “Economia Circolare” curandone l’ impatto alternativo sulla evoluzione della educazione e delle competenze professionali al fine di migliorare le opportunità di sviluppo del lavoro delle giovani generazioni nel quadro di un rinnovamento culturale e scientifico volto ad ampliare l’ impegno per attuare politiche attive di cambiamento cosciente e responsabile del capitale umano per un futuro ancora basato su una società “Fondata sul Cambiamento del Lavoro”.
Paolo Antonio Manzelli



















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Buon giorno, ho trovato l’intervento del Professor Manzelli molto interessante, e mi permetto di intervenire per esprimere alcune modeste opinioni di un piccolo praticante sul campo di quella che è l’economia odierna (prendetele per ciò che sono). Premetto che non sono molto d’accordo con quanto qui postulato. Infatti, se è vero come è vero che oggi l’economia mondiale è molto più finanziarizzata rispetto a 20 anni fa, almeno per quanto concerne il mondo a capitalismo avanzato, quale è l’area anglosassone e occidentale in genere, questo fatto ha poco a che vedere con precise scelte strategiche dei governi europei e molto a che fare con i vari Qe innescati dalle banche centrali in risposta alla tremenda crisi finanziaria prima e poi economica, avviata dal fallimento di Lehman Brothers nel 2008. Nel mondo, a causa di queste scelte dettate dalla necessità, circola oggi una quantità di denaro incomparabilmente superiore al valore dell’economia reale. E questo denaro deve quindi trovare uno sbocco per altra via, che è quella finanziaria.
Quanto alla moneta a doppia faccia o a due velocità, come la vogliamo chiamare, che qui viene legata allo spread di competitività interno all’unione, i dati macro economici di questo ventennio dimostrano che l’euro ha ridotto queste differenze, che preesistevano alla sua introduzione. Inoltre a mio parere è sbagliato alimentare il luogo comune che vuole lo spread a favore “dei paesi capaci di effettuare maggiori profitti dal mercato Europeo”: infatti i tedeschi che fanno da riferimento in fatto di spread, hanno conseguito il loro ormai famigerato surplus commerciale quasi per intero nei confronti dei paesi extra Ue, mentre il differenziale interno all’Ue è trascurabile. Tale affermazione è anche in palese contrasto coi dati italiani che segnalano un surplus record nel 2016, di cui ben 12 miliardi fatti internamente all’Ue, con un saldo positivo proporzionalmente maggiore rispetto al Pil della Germania.
A mio parere insistere su questo aspetto che i numeri smentiscono, significa sviare l’attenzione delle persone sui veri motivi degli spread interni al’Ue, che non sono legati alla moneta unica o alla finanziarizzazione dell’economia, ma a problematiche specifiche di ciascun paese: per quanto riguarda l’Italia i fattori che tengono il nostro paese sul filo del rasoio sono noti: mi limito a citare quello che spinge più di ogni altro i mercati a prezzare il rischio Italia in nodo maggiore rispetto ad altri paesi, cioè il debito pubblico che continua a crescere e il rapporto deficit/ pil che non flette.
Voglio qui infine contestare l’assunto che l’attuale impostazione economica abbia distrutto posti di lavoro senza un adeguato rimpiazzo: questo è vero per noi, ma noi non siamo il mondo. E’ vero per un paese che rifiuta la concorrenza, che rifiuta Huber, Flixbus, Fudora, che fa la guerra a Airbnb, tutte aziende nate con la new economy e che creano lavoro diffuso per migliaia di persone, ma cui questo paese, per salvaguardare 1000 tassisti e qualche albergatore (che per altro hanno una clientela diversa) fa una guerra costante fatta di burocrazia e leggi incomprensibili. Eppure abbiamo un esempio clamoroso negli ultimi anni, quello di RyanAir che ha portato in Italia milioni di turisti riuscendo a fare ciò che tutti i ministri del turismo messi insieme degli ultimi 50 anni non sono mai riusciti a fare. Numeri alla mano, guardando i tassi di riferimento e il Reer degli ultimi 20 anni si dimostra clamorosamente che l’Ue e l’Euro dopo una fase iniziale culminata nel 2009 rendono di per se l’Italia più competitiva oggi rispetto al periodo della lira: se nei fatti non lo è, se nei fatti la disoccupazione è salita i motivi vanno cercati altrove. E questo altrove è semplicemente il rifiuto della modernità e della competizione, opposto dalle nostre classi dirigenti e dai cittadini che lavorano nei settori protetti.
La globalizzazione, è un treno che l’Itaia non ha preso ed è questo, e non il suo opposto, il motivo per il quale la disoccupazione è salita. Non così per i paesi che su quel treno sono saliti e dove la disoccupazione è pressochè ai minimi storici: parliamo di Germania, Inghilterra, Usa, Giappone, ma anche di tanti altri stati che hanno saputo cavalcare questa fase storica e sostituire i lavori tradizionali con quelli richiesti dai mercati. Di chi è la colpa se il Politecnico di Milano sforna una marea di architetti disoccupati e pochissimi ingegneri informatici (che ovviamente trovano subito lavoro)? Di Bruxelles? Della finanza onnivora? Possibile che le scelte individuali e dei singoli governi non abbiano nulla a che fare con l’attuale situazione italiana?
In questo senso e chiudo, mi trovo in totale accordo con quanto Manzelli sostiene sulla necessità di innovare l’educazione sociale e la formazione: i paesi che sono riusciti a fare questo sono anche quelli che la globalizzazione l’hanno guidata e non subita.
Massimo Scalas