piRandellate. CHI SA, FA. CHI NON SA, INSEGNA. CHI NON SA INSEGNARE, DIRIGE…


«Quando il Presidente del Consiglio si arroga il diritto di valutare se una pena sia o meno proporzionata, quando mette in discussione una sentenza irrevocabile emessa secondo le leggi approvate dal Parlamento, quando dà indicazioni al suo Ministro della Giustizia perché si attivi per avviare la procedura della grazia, sottraendo al Presidente della Repubblica un suo potere, dobbiamo cominciare a preoccuparci per la tenuta dei principi dello stato di diritto» [Kurrelústra]


Quando un filosofo risponde, non capisco più la domanda che gli ho fatto [Pierre Desproges]

VIENI, POPOLO, T’INSEGNO

CIÒ CH’È BENE E CIÒ CH’È INDEGNO


Claudius Contitutionis defensor

 

Quando un secolo fa (1967) iniziai a scrivere su La Nazione di Enrico Mattei (quella che ieri era stampa fascista e che oggi è toda progresista de las compañeras), una famosa giornalista dell’epoca, Laura Griffo, teneva appeso al muro della sua postazione di Via Ferdinando Paolieri a Firenze, un quadretto con queste batture:

Chi sa, fa.
Chi non sa, insegna.
Chi non sa insegnare, dirige.
Chi non sa dirigere, fa il politico.
Chi non sa nemmeno fare il politico, lo elegge.

Queste stesse “massime eterne” – non so se qualcuno lo ricorda ancora, io sì – Adriano Tosi, Valeriano Cecconi, Alberto Ciullini le avevano importate a Pistoja e le tenevano in bella vista in redazione. Che in illo tempore si trovava in un appartamento della Galleria Nazionale, di proprietà della madre di Luigi Egidio Bardelli.

Il primo filosofo del diritto, della coerenza morale, dell’ineccepibile esegèsi giuridica, della cittadinanza [c]attiva e del “raddrizzo delle gambe ai cani” sotto la reverenda insegna della Anm-Associazione Nazionale Magistrati, avrebbe visto la luce (per disgrazia di Padre Fedele Bisceglia e di chissà quanti altri) solo l’anno successivo. Curreli sarebbe nato a Cagliari il 22 maggio 1968, targato Gemelli cuspide-Toro.

Questo signore ci è piovuto addosso, nella città dei ladri in duomo e dei santi protettori che non pagano i creditori (oggi si festeggia, infatti, cotal patrono…) per dis-grazia di Dio e volontà delle protezioni fra giudici; in virtù del malaffare (come altro definirlo?) che si concreta, tra i magistrati, in un patto del tipo manus manum lavat: ovvero, tradotto alla perfezione del senso ma non della lettera, «far come i ladri di Pisa che di giorno litigano e di notte rubano insieme». Come dire, in maniera più dozzinale e scontata, lupo non mangia lupo o simili.

In questi giorni, il Curreli s’è fatto vivo con uno dei suoi didattici stati WhatsApp: una vera Eau de sépulcre à la chaux (Acqua di Sepolcro Imbiancato) Chanel numero zero. Ci ha voluto donare una goccia della sua divina scienza/coscienza e, manzonianamente, ci ha trasportato in più spirabil aere.

Grazie! Per averci insegnato che «dobbiamo cominciare a preoccuparci per la tenuta dei principi dello stato di diritto» messo a rischio dal fatto che la Meloni (che io non voto, sia chiaro) ha spinto Nordio a rompere le palle a Mattarella con la storia della [dis]grazia Roggero. Ci mancava proprio l’interpretazione sublime di un’autorità indefettibile come quella currelika, per capire la vita.

Curreli piantumatore di alberini antimafia al Forteguerri

Nella sua estrema generosità di Terra Aperta all’invasione anche dei clandestini; delle sue regole di scout capo-Lupetti da addomesticare inneggiante alla cittadinanza [c]attiva; di correttore morale delle prostitute sulle rotonde di Agliana; di karaoker alle feste della Caritas al Tempio; di sostenitore di Libera dalle Mafie per poter esternare la propria fede antimafiosa dinanzi agli obiettivi di Tvl; di piantatore di alberini Falcone-Caponnetto negli orti delle scuole pistojesi (e di infinite grane senza senso nella vita della gente comune come noi);

In tutto questo, si alza il nostro cantico eucaristico (= che rende grazie a qualcuno) indirizzato a un preoccupatissimo magistrato che trema dinanzi al fascismo alle porte, vista l’incertezza della «tenuta dei principi dello stato di diritto».

Si vede che Claudius è un catto-com della più bell’acqua anche solo dal fatto che trema e gronda sudore per la misera fine dello stato di diritto: realtà che lui, in primissima persona, non ha idea di cosa possa essere.

Claudio Curreli
Chi sa, fa. Chi non sa, insegna…

Se davvero, infatti, avesse saputo e sapesse cos’è lo stato di diritto, non avrebbe mai ignorato il fascicolo (mandato all’archivio) che scagionò Padre Fedele Bisceglia in Cassazione; non si sarebbe mai messo all’anima di inventarsi un reato inesistente per prendere ad asciate Linea Libera (stalking giornalistico); si renderebbe conto (ma evidentemente non ne è capace) che in penale – che dovrebbe essere il suo pane quotidiano – non valgono le regole dell’analogia; non deciderebbe mai un rinvio a giudizio dei suoi, che si imperniano su mere congetture, presunzioni e forzature quasi mai fondate su dati certi e inoppugnabili; la pianterebbe di scendere in aula semel in anno solo per i processi contro chi gli è antipatico e per di più mentendo ai giudici su circostanze a lui ben note, quanto, però, sgradite. Lavorerebbe, rispettando il suo giuramento alla Costituzione, secondo le leggi approvate dal Parlamento e non contro di esse come fa lui.

C’è una battuta che gira nei telefilm amerikani tipo Law & Order o simili: l’avvocato che vuole vincere per forza è un coglione. Una massima eterna.

Potrà essere estesa a tutte le categorie dell’umana corrotta progenie, oppure no?

Edoardo Bianchini
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checché ne dicano i magistrati della città di Vanni Fucci