
PISTOIA. Ora fanno sul serio, Gli Omini. Alle conversazioni surreali, agli sguardi enigmatici, allo slang strascicato, volgarotto e d’effetto immediato e sicuro, a quella tristezza sudamericana che pervade e assorbe tutta la carica humor delle loro macchiette, hanno ora aggiunto un’anima, dando alla rappresentazione un peso specifico che va ben oltre la condivisa e plebiscitaria ilarità riconosciuta.
Ci scusiamo per il disagio, lo spettacolo che ieri, 9 luglio, al suo debutto nazionale, al deposito rotabili storici della stazione ferroviaria di Pistoia, ha chiuso un tour de force spettacolare iniziato alle 18:30 nella Sala delle Carrozze alla Villa di Scornio con quelli di Teatro Sotterraneo e proseguito al piano di sopra, nel salone della musica, con i baschi di Pasado perfecto, è veramente la polluzione notturna o il primo ciclo mestruale di questa giovane ma già affermata compagnia.
Il trend è quello tante volte sperimentato, collaudato, applaudito dal pubblico, che si espande, perché gli amici che ne hanno seguito e spalleggiato la scommessa iniziale nei nostri paraggi avviata in tempi decisamente non sospetti, hanno a loro volta invitato i rispettivi conoscenti a venirli a vedere da vicino Francesca Sarteanesi, Francesco Rotelli e Luca Zacchini, con Giulia, la sorella di quest’ultimo, donnina indispensabile da dietro le quinte: da vicino, l’effetto complessivo, inizia ad essere ragguardevole.
Certo, non si sono dimenticati delle fortune iniziali e sulla falsa riga di colloqui improponibili hanno esordito anche con il loro nuovo lavoro, in un’ambientazione scomoda, ma sufficientemente originale, con una strizzatina d’occhio al trash, tra un paio di binari lungo la stazione di Pistoia, ma non sui marciapiedi dove si aspettano parenti e amici, o dove si attendono convogli puntualmente in ritardo. Sono andati poco più in là, nel deposito, dove riposano, per sempre, vecchie locomotrici e vagoni d’epoca, di un’epoca non così distante e lontana dalla nostra, ma che le recenti attività di globalizzazione hanno irriverentemente sepolto.
Il pretesto, racconta l’Associazione teatrale pistoiese, che ha avuto il merito di coltivarlo questo gruppo di idealisti della risata concedendo loro residenza artistica e il tacito incoraggiamento, è quello di rendere humus resurrezionale alla vecchia transappenninica Porrettana, dimenticata come tutta la montagna che guarda la Toscana: l’altro versante, quello emiliano, che scende a Bologna e Modena, sta decisamente meglio, però, come se la montagna avesse due dorsali che non si conoscono. A questo non ci crediamo, ma soprattutto, di questo non ce ne frega nulla. Ci preme invece raccontarvi degli applausi arrivati in fondo a questo lungometraggio costellato da risate sguaiate, istigate dalla nuda trivialità con la quale Francesca, Francesco e Luca si sono messi all’anima di tornare qualche anno indietro per provare ad immaginare cosa succederà, andando avanti, ma con quali presupposti.
La new entry del gruppo, in questo lavoro, è l’altoparlante, il megafono delle stazioni di un tempo dal quale, il responsabile del traffico cittadino e ferroviario annunciava ritardi, cambi di binario e che, puntualmente, si congedava da chi provava a decifrarne i gracchii, con il solito rituale ma indispensabile scusarsi per il disagio.

È il cronista dei loro fallimenti, è il Groucho dei fratelli Marx, è la ricerca, brechtiana, del tempo perduto, l’osservatore invisibile dei ragazzi di vita pasoliniano, sono i nipoti innamorati di Berlinguer, tra i quali spicca il Cioni e il suo inimitabile monologo lungo l’argine del Bisenzio. Vecchie storie, come i vagoni, buonissime ancora per viaggiare, comprese le vecchie denunce, morte nei meandri delle prebende e delle prescrizioni, all’amianto, quello che si respirava tutti i giorni, lì, alla San Giorgio, quando di quella polvere sottile, mostruosa e micidiale unsisapeanulla. La V del palco compresa e compressa tra due binari che si vanno ad incrociare sul fondo del proscenio dove una locomotiva con i fari accesi assicura la giusta luce, è lo spazio esistenziale dove si ritrovano tutti i borderline cari alle stazioni ferroviarie di tutto il mondo.
Ci sono gli amici, cresciuti insieme, che si confidano i rispettivi fallimenti, arrivati al termine di percorsi accidentati, diversi, ma dallo stesso identico tragicomico destino; ci sono i tossici, con tanto di cani al seguito, ma senza guinzaglio, che sono sistematicamente alla ricerca di tutto, perché non hanno più nulla; coppie artificiose che inseguono le speranze cercando di scappare dalla malasorte, avvelenata dalla rabbia e rivendicata dal turpiloquio; femminielli ormai rotti a qualsiasi tipo di esperienza, ma ancora teneri, nostalgici e increduli al ricordo della scoperta della propria omosessualità, battezzata dall’amichetto dei giochi innocenti, divenuti presto torbidi e raccontatati con la semplicità e il candore di cose che prima o poi sarebbero dovuti succedere. Non ci sono i genitori, mancano i grandi: di loro se ne parla con approssimazione, come se si trattasse di un’idea di Schulz, dove Linus, Snoopy e Charlie Brown sono vecchi mai cresciuti, bambini nati grandi, ma restati piccoli.
Sulle carrozze ferme, vecchie, senza alcuna intenzione di rinascere, ci sono vecchi passeggeri, uomini-volatili, piccioni disgustosi, che altro non sanno fare che ondeggiare la testa; c’è pure Jolanda, una signora Cecioni riveduta e corretta, che racconta dell’amore perduto senza averlo conosciuto e che sottolinea il fatto che in certe situazioni ci vuole fortuna, perché i treni che si prendono dopo aver fatto tardi, portano puntualmente da un’altra parte, mai verso quella dove vorremmo andare.
La scrittura è essenziale, il testo articolato e profondo; l’amalgama e il groove sono crescenti, come la sintonia musicale, la sintassi strumentale dotta ma comprensibile. Al termine, mentre il pubblico ridottissimo, numerato, quasi scelto applaude fragorosamente, i tre omini cercano negli sguardi degli spettatori la giusta complicità, per capire bene che non si tratti di pacche sulle spalle. Il pubblico infatti ricambia l’input con occhiate sincere: Francesca capisce, solleva le braccia al cielo digrignando i denti: si capisce dalle mandibole serrate, dall’urlo che emette.
La bottiglia s’è infranta lungo la carena della nave: si salpa!



















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