
PISTOIA. Anche quest’anno l’amministrazione comunale di Pistoia ha predisposto un massiccio dispiegamento di forze per celebrare la giornata contro “l’omo-bi-transfobia”, estendendola per il terzo anno consecutivo addirittura a un’intera settimana, caratteristica questa che pone la nostra città all’avanguardia nel panorama della propaganda lgbt.
Anche quest’anno l’ideologia di genere, per mezzo dell’associazionismo gay locale, impone in modo autoritario la sua bandiera arcobaleno sul palazzo del Comune, a sventolare insieme a quella italiana per tutta la settimana come se esprimesse un valore pubblico e condiviso dai cittadini pistoiesi.
Un metodo, quello autoritario, ormai tristemente praticato da tempo su questi temi anche a livello nazionale: basti ricordare che la legge sui matrimoni gay è stata appena imposta agli italiani senza che nemmeno un articolo della legge stessa sia stato discusso e votato dai rappresentanti del popolo presenti nei due rami del parlamento.
Gli scopi, in entrambi i casi, sono i medesimi: come hanno ricordato i politici che hanno voluto la legge, non si tratta infatti primariamente di riconoscere diritti ma, usando le loro parole, di “rieducare il popolo italiano”, di imporre la “rivoluzione dei costumi e della cultura”, di “cambiare la visione sociale dell’omosessualità”.
In effetti, il titolo stesso dell’iniziativa pistoiese (“Libero di amare chi vuoi, libero di amare chi voglio”) suggerisce questo accostamento, ampiamente confermato anche dal programma della settimana di quest’anno, che vede una serie di eventi che vanno dalla proiezione di film su tematiche «lgbtiq*» (asterisco compreso) a spettacoli di drag queen e dibattitti su “Transgender, travestitismo e identità di genere”.
La famiglia formata da uomo e donna, secondo la visione degli organizzatori, sarebbe una mera sovrastruttura imposta da una mentalità retrograda e perfino terroristica. La soluzione consisterebbe allora, con gergo tipico, nel “decostruire il sociale”, una locuzione che non possiamo che interpretare nel senso di porre sullo stesso piano qualsiasi tipo di relazione tra persone.
Gli autori del manifesto invocano “libertà dai condizionamenti, libertà dall’oppressione, libertà di amare”; noi suggeriamo di mettere al primo posto, come punto di partenza, la libertà di guardare la realtà nella sua bellezza, con le sue differenze e le sue difficoltà: le altre libertà verranno di conseguenza. In natura ci sono differenze che comportano giuste discriminazioni, cioè giuste distinzioni: negarle significa imporre ideologicamente ulteriori discriminazioni, questa volta però davvero ingiuste! Per esempio verso i bambini ai quali verrà negato il diritto a conoscere la bellezza della complementarietà della differenza sessuale e addirittura il naturale diritto a crescere con una figura paterna e una materna.
La libertà di cui parla il manifesto è perciò una “libertà” a senso unico. Proprio per denunciare questo siamo scesi in piazza con milioni di persone il 20 giugno 2015 e il 30 gennaio 2016 e proprio per questo intendiamo anche nella nostra città continuare a testimoniare la bellezza della famiglia naturale.
[comitato difendiamo i nostri figli]






















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