INIMITABILE PAT METHENY

Pat Metheny [Foto di Fabiana Laurenzi]
Pat Metheny [Foto di Fabiana Laurenzi]
FIESOLE. Abbiamo sentito e visto cose, ieri sera, che tutti gli assenti all’ouverture della nuova Estate Fiesolana non possono nemmeno immaginare. Sul palco dell’Anfiteatro Romano, Pat Metheny e la sua nuova vecchia avveniristica scommessa (vinta) contro il tempo, le consuetudini, le mode, gli stereotipi, la banalità, il divismo. Il 60enne chitarrista del Missouri, anche ieri, si è preoccupato solo e soltanto di imprimere al proprio concerto – due ore e passa di dottorato e ricerca sonora – l’impronta della professionalità, concedendo al pubblico, assorto e competente, ben poche divagazioni spettacolari.

Operazione non certo ardua, visto e considerato che al fianco del luminare di Kansas City, ieri sera, ci fossero tre strumentisti che per molti versi e parecchie rime hanno molto a che fare con il bandleader per antonomasia: un contrabbasso portentoso, Ben Williams, una sezione fiati di pura estrazione jazid, Chris Potter e una batteria difficilmente paragonabile ad altre, Antonio Sanchez, un messicano che si è fatto strada, nel cosmo delle percussioni, a suon di meraviglie e passa parola, quello che l’hanno catapultato fino al gotha della world music passando direttamente dal jazz e dai suoi più illustri conservatori.

E dopo l’intro solitaria, direttissima, invernale – vista la temperatura fiesolana – di Pat Metheny, la prima ora è stato il solito, meraviglioso, inimitabile saggio di musica colta, un oscillare costante e perdurante di jazz e rock, con tutte le fughe possibili ed immaginabili (da lui e dalla sua gente) sul territorio del pentagramma. Pat Metheny ha da tempo asfaltato una nuova via musicale, che è una paurosa miscellanea di un viaggio al futuro. Anche ieri, sul palco del teatro Romano, campeggiavano e capeggiavano un maga xilofono autoriproducente e un marchingegno cinematografico ricco di ampolle e luci, alle spalle di tutti gli strumentisti, una messinscena da pellicola anni ’70 dei primi film su Frankstein: sono gli studi e le ricerche sonore di Pat Metheny, che ha le sue chitarre poliformi e multistrumentali, sulle quali applica elettrodi e gameti che le trasformano in sezioni concertistiche.

A dare ulteriore manforte alla sua ricerca spasmodica di emozioni fantascientifiche che però non hanno nulla di sensazionale, se non il risultato di tanto metodismo, è arrivato, dopo un’ora, anche un altro ragazzo dal medesimo aspetto: Giulio Carmassi (che nella presentazione abbiamo ribattezzato Giuliano!), un altro ragazzotto che a vederlo non si direbbe essere capace di colorare con tanta luminosità ogni strumento che tocca. Il polistrumentista lucchese infatti, da oltre un anno è stabilmente in tournée con la leggenda del Missouri e vista la confidenza con la quale fraseggia in compagnia dei suoi celebrati colleghi, facile prevedere che il futuro del nostro illustre connazionale sia maledettamente segnato.

Del concerto che dire: la solita piacevole, conosciuta e come sempre straordinaria meraviglia, un feeling sul palco che si è tradotto in un groove con chi è venuto a sentirli semplicemente elettrico. Pat Metheny, rispetto ai trascorsi, si è solo cambiato la fruits che indossava; sempre a barre orizzontali, ma meno vistose di quelle disegnate sulle maglie dell’esordio (ricordiamo quella decisamente più corpose del concerto a Lido di Camaiore, ad esempio): il resto è lo stesso, quello di un divo che preferisce restare lontano dal clamore, di un atleta che abbassa sistematicamente il record del mondo che gli appartiene correndo in modo strampalato, originario, poco fotogenico, un Pietro Mennea della musica, che abbatte gli avversari imbellettati, senza voltarsi, senza tra l’altro curarsi minimamente se chi sta ascoltando stia capendo o meno.

L’unica dota nolente, anche ieri sera, ha riguardato, con fastidiosa puntualità, l’entourage dell’artista: le foto, gli autorizzati con tanto di cartellino al collo, le hanno potute scattare solo nel terzo brano e da un’angolatura particolarmente infelice, lateralmente rispetto al palco, con Pat Metheny semi coperto dalle amplificazioni e la band ancora sprovvista del nostro gioiello lucchese.

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