«IL SOGNO DI UN UOMO RIDICOLO» È QUELLO DI UN ATTORE STRAORDINARIO

Gabriele Lavia al termine dello spettacolo
Gabriele Lavia al termine dello spettacolo

FIRENZE. Li ha guardati diritti negli occhi, con i suoi impolverati dal tempo e dalla terra, uno ad uno, gli spettatori delle prime file, cercando nella proiezione della loro ammirazione la sua concentrazione: un segnale scenico di forza, onnipotenza, ma anche una preghiera laica per continuare ad applaudirlo ancora. Poteva sembrare però anche che da loro, Gabriele Lavia, mattatore dostoevskijano, attendesse una risposta, la risposta, che nessuno è stato in grado di dargli e che lui, fino a quando potrà, cercherà presumibilmente di ricevere, trovare e consegnare ai posteri, ma solo a quelli dotati dei suoi mezzi.

La sala della Pergola ospita meno gente del solito: dipende dalla scenografia. Bisogna ridurre la platea e allungare il palco, per cospargerlo di terra e trasformarlo in un luogo che è un non-luogo e porre, a due estremità asimmetriche tra loro, un fantoccio, che rappresenta una bambina che chiede aiuto e che non può essere aiutata perché è capita nel giorno sbagliato, e una scrivania, che dovrebbe essere il teatro di un suicidio, ma che invece si trasforma nell’unico testimone, inanimato, come tutto quel poco che è attorno, del Sogno di un uomo ridicolo.

La camicia di forza nella quale è costretto a raccontare la propria indifferenza è quella che gli hanno fatto indossare gli altri, visibilmente preoccupati, dopo essersi divertiti, schernendolo, della sua apatia, del suo rifiuto totale alle contese umane, come se nulla avesse senso, come se nulla fosse stato e nulla sarà. Prova a districarsi dal regime morale e fisico nel quale è costretto, l’uomo ridicolo, ma non ce la fa, non può farcela.

Tutta colpa di quel 3 novembre, quell’infausta notte, la più buia che si ricordi. Pioveva e faceva freddo e appena smise di piovere l’umidità divenne più aggressiva che mai, penetrando nelle ossa e offuscando la mente. È un sogno, un suicidio scampato per un’incipiente e una sopraggiunta sonnolenza, è la rivolta dell’anonimato, è la scomparsa dei nemici che non ci sono mai stati, è la resa, definitiva e incondizionata, ad un mondo che insegue chimere a scapito dell’umanità tutta e di quelle specifica, l’unica che si dovrebbe coltivare?

Ha il sapore della rappresentazione ultima e testimoniale, questa rilettura, sacra e dottorale, di Gabriele Lavia, che a 73 anni si è voltato indietro e scartabellando le pagine della sua giovinezza ha probabilmente ritrovato quel libercolo di Dostoevskij che già allora, diciottenne senza fisso avvenire, gli dette pensiero. Lo ha fatto sudando, sputando, confondendosi con quella terra cara e sconosciuta, divincolandosi goffamente da quella tunica di forza, piangendo, ridendo, ripetendo psicopaticamente sillabe e avverbi, cercando aiuto nel nulla e senza concederlo a quella piccola bambina indifesa, calpestata da un’(in)civiltà che ha smesso di provvedere a lei e che nessuno, neanche l’uomo ridicolo, è capace di rassicurare, men che mai di proteggere.

E l’approccio, dopo oltre mezzo secolo, è addirittura lo stesso di allora: enigmatico, interrogativo, insoluto, dogmatico. La differenza, tra i balbettii giovanili lontano dai palcoscenici e dai riflettori e oggi, la fanno le arti mimiche, salivali, sceniche di uno dei più grandi interpreti del nostro teatro, che ripercorre la propria esistenza immaginandosi, alto e robusto, nei panni di Massimiliano Aceti, spettatore muto, ma protagonista, della serata e dei suoi nobilissimi trascorsi.

Non sappiamo se saranno l’amore, il rispetto, la solidarietà a salvarci, tratto evangelico con il quale l’autore russo si congeda dai suoi lettori e lo straordinario attore milanese decide di chiudere la rappresentazione, riappropriandosi della propria ugola e abbandonando quella incerta e cantilenante del pazzo per causa di forza minore. Di sicuro, il teatro, palestra empirica e laica, gli ha già riservato un posto docente di prestigio.

Da molto tempo. E per sempre.

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