
FIESOLE. Il piccolo teatro di Caldine, ai piedi del promontorio di Fiesole, disposto al fianco dell’omonimo Circolo Arci, dalla strada, la Faentina, non si vede. Ieri sera però, quelli che hanno assistito a Cinquanta! – epopea di un fatico entusiasmo – dell’esistenza di questo circolo di sopravvivenza ne erano perfettamente al corrente e soprattutto sapevano che all’interno il regista Marco Di Costanzo e la sua compagnia del Teatro dell’Elce avrebbero mandato in scena una coraggiosa e disallineata visione a ritroso delle aspettative passate.
Siamo alla metà degli anni ’70 e quattro ragazzi si ritrovano, muti, in uno stesso minuscolo contesto. Le ragazze lavorano ad un telaio, i ragazzi cazzeggiano, ma presto, anche per loro, si spalancheranno le porte del lavoro, quello della fabbrica, dei turni di notte, delle difficoltà quotidiane e esistenziali legate alla sopravvivenza morale, spirituale, ludica.
Con repentini cambi di abbigliamento, posti lungo una serie di doppi appendiabiti appoggiati sul fondo del palco, Lucia Sargenti, Tatiana Muntoni, Daniele Caini e Erik Haglund – questi i nomi dei quattro attori – rappresenteranno, nel giro di poco più di un’ora, uno spaccato esistenziale di sogni e bisogni giovanili, quelli che puntualmente si scontrano e si sbriciolano al contatto con la realtà.
Come la dissolvenza generata dal passaggio nella stratosfera, le aspettative generazionali faranno i conti salati e sadici con un mondo che non somiglia, minimamente alle loro aspettative, né a quelle di molti altri, obbligando loro e lo spaccato umano che identificano a rimandare ancora, ma senza data di scadenza, il diritto ad un altro mondo. Migliore.
Il regista, Marco Di Costanzo, presente alla rappresentazione, ci ha detto e scritto nella locandina di presentazione, che il suo intento, diviso e condiviso con la compagnia teatrale, fosse, e sia, quello di fare uno spettacolo sull’entusiasmo, un bene impalpabile, impercettibile che continua ad attraversare, obliquamente, gli animi dei giovani di tutto il mondo e di ogni angolo, compresi, naturalmente, i quattro di Cinquanta!
E che lo spettacolo trasudi entusiasmo non ci permettiamo il lusso di obiettarlo; crediamo però, nell’augurio di non imbronciare nessuno, che proprio perché la fine non c’è e nemmeno le risposte, si tratti di un entusiasmo caduco, malinconico, e che nonostante gli incipit di questa forma di adrenalina tangibile e riscontrabile arrivino, con inaspettata puntualità, da fuori e in momenti incontrollabili, appartengano, comunque, ad un disegno più grande e imperscrutabile, capace di ingerire e divorare, in assoluto silenzio, ogni spinta politicamente non recintabile.
Durante la rappresentazione infatti i quattro attori, assortiti, sintonici e decisamente animati da un entusiasmo scenico oggettivamente presente, non parlano mai; sono le loro gestualità, le smorfie, le deambulazioni, le apparecchiature, i vestiti, gli orizzonti a sostituirsi alle loro rispettive favelle, che utilizzano solo e soltanto per intonare, in controcanto, una nostalgica Internazionale, sfruttando una bandiera rossa con tanto di falce e martello che sarà riutilizzata, pochi istanti dopo, come firma spaziale per l’impresa astronomica.
Sì, proprio sulla luna finisce lo spettacolo, così come i loro sogni gli entusiasmi di quelli di Cinquanta!, che sono esattamente gli stessi di oggi e ahinoi, di quelli che dovranno ancora venire. Se arriveranno!






















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