FINE VITA E SUICIDIO ASSISTITO, AL SEMINARIO VESCOVILE IL CONFRONTO CON IL MAGISTRATO GIACOMO ROCCHI


A Pistoia un incontro sul tema dell’autodeterminazione e della tutela della vita. Al centro del dibattito i limiti posti dalla Corte Costituzionale, il ruolo delle cure palliative e le possibili conseguenze sociali ed etiche di una legislazione sul suicidio assistito


PISTOIA. Un invito alla riflessione sul delicato tema del fine vita, tra aspetti giuridici, etici e culturali. È questo il filo conduttore dell’incontro dal titolo “Suicidio assistito e fine vita: diritto all’autodeterminazione o alla cura?”, svoltosi il 30 ottobre nella Sala Maggiore del Seminario vescovile di Pistoia, alla presenza di un pubblico numeroso e particolarmente attento.

Relatore dell’iniziativa è stato il magistrato Giacomo Rocchi, presidente di sezione della Corte Suprema di Cassazione, introdotto dall’avvocato Andrea Gasperini dopo il saluto di don Roberto Breschi, delegato del vescovo Augusto Mascagna.

Fin dall’inizio del suo intervento, Rocchi ha evidenziato il carattere provocatorio del titolo del convegno, pensato per sollecitare interrogativi su ciò che realmente si intende quando si parla di “fine vita” e sugli effetti che le recenti evoluzioni normative e giurisprudenziali possono avere nella società.

Secondo il magistrato, il termine stesso “fine vita” rischia di essere fuorviante. Nell’immaginario comune viene infatti associato a situazioni di malattia terminale e sofferenza irreversibile, ma il dibattito contemporaneo sul suicidio assistito, a suo avviso, si inserisce in un contesto culturale più ampio, caratterizzato dall’affermazione di una concezione della vita sempre più legata al principio dell’autodeterminazione individuale.

Nel corso della relazione sono stati richiamati i principali passaggi giuridici che hanno segnato il dibattito italiano negli ultimi anni. Tra questi la sentenza n. 242 del 2019 della Corte Costituzionale, nata dal caso “Cappato-Dj Fabo”, e il referendum del 2022 sull’omicidio del consenziente, dichiarato inammissibile dalla Consulta.

Rocchi ha sostenuto che tali vicende testimoniano l’esistenza di una corrente culturale e giuridica che tende a configurare non soltanto il diritto a rifiutare trattamenti sanitari, ma un vero e proprio “diritto a morire” e ad essere aiutati a morire. Una prospettiva che il relatore ha ricondotto a una visione fortemente individualistica della libertà personale.

Ampio spazio è stato dedicato anche al concetto di dignità della persona. Il magistrato ha distinto tra una dignità “intrinseca”, riconosciuta a ogni essere umano in quanto tale, una dignità “attribuita”, basata sull’utilità sociale del singolo, e una dignità “percepita”, fondata esclusivamente sulla valutazione soggettiva della qualità della propria esistenza.

Proprio quest’ultima interpretazione, secondo Rocchi, rischierebbe di esporre le persone più fragili a nuove forme di vulnerabilità. Da qui l’interrogativo posto durante l’incontro: una persona gravata da sofferenze fisiche o psicologiche può dirsi davvero libera nel momento in cui chiede la morte?

Nel passaggio dedicato al quadro normativo attuale, il magistrato ha ricordato che la sentenza della Corte Costituzionale ha previsto la non punibilità dell’aiuto al suicidio solo al ricorrere di precise condizioni: patologia irreversibile, sofferenze ritenute intollerabili, piena capacità di intendere e di volere e dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, con la necessaria verifica da parte delle strutture sanitarie pubbliche.

Particolarmente netta la distinzione proposta tra il diritto del paziente a rifiutare cure e trattamenti sanitari e qualsiasi intervento attivo finalizzato a provocare la morte della persona. Secondo Rocchi si tratta di due piani giuridicamente e moralmente differenti, che non dovrebbero essere confusi.

Durante la conferenza non sono mancati riferimenti all’attualità politica e legislativa, con una critica alle iniziative normative regionali sul suicidio medicalmente assistito. In particolare è stata richiamata la legge approvata dalla Regione Toscana, giudicata dal relatore insufficiente sul versante del potenziamento delle cure palliative e orientata, invece, a sostenere i percorsi previsti per il suicidio assistito.

Un altro tema centrale è stato quello della tutela dei soggetti più fragili. Secondo il magistrato, l’esperienza di alcuni Paesi che hanno introdotto forme di eutanasia o suicidio assistito dimostrerebbe una progressiva estensione dei casi e una crescente normalizzazione culturale di tali pratiche.

In contrapposizione a questa prospettiva, Rocchi ha indicato nelle cure palliative uno strumento fondamentale per accompagnare il malato, alleviare la sofferenza e garantire dignità alla persona fino alla fine della vita. Un approccio che, ha sostenuto, pone al centro la relazione di cura piuttosto che l’anticipazione della morte.

Nelle conclusioni, il relatore ha rivolto un appello alle istituzioni e alla società civile affinché vengano rafforzati i servizi di assistenza, il sostegno alle famiglie e la cultura della solidarietà. Secondo la tesi esposta durante il convegno, la risposta alla sofferenza non dovrebbe essere rappresentata dalla facilitazione della morte, ma dalla capacità della comunità di prendersi cura delle persone più fragili, contrastando ogni forma di isolamento e di esclusione.

Un messaggio che ha animato l’intero incontro pistoiese, inserendosi in un dibattito destinato a rimanere al centro del confronto pubblico, giuridico ed etico dei prossimi anni.