
PISTOIA. Il settore delle costruzioni a Pistoia è stato al centro del convegno di ieri, 26 marzo, a Villa Cappugi, organizzato dall’associazione E.Cultura insieme a Ance Pistoia e Ance Toscana. Relatori Luciano Pallini, del centro studi Ance e dell’associazione E.S.T. Venezia; Daniele Pacini, presidente E.Cultura; Andrea Gualtierotti, presidente del Collegio dei Costruttori Edili e Cristiano Mazzei per la Banca di Pistoia. Non presente, per un imprevisto dell’ultimo momento, Riccardo Spagnoli, presidente Ance Toscana.
Il crollo del mercato immobiliare a partire dal 2007 (nel 2006 in provincia di Pistoia ci sono state 4000 compravendite, 1600 nel 2013) è senza dubbio uno degli indicatori quantitativi più chiari per restituire i numeri di una crisi che ha attraversato e attraversa tutta Italia e la Toscana in maniera abbastanza omogenea e con poche eccezioni.
Una crisi che è anche sinonimo di cambiamento qualitativo: secondo il Cresme negli ultimi anni, a livello nazionale, quasi due terzi del valore della produzione edilizia è dovuto al riuso, alla manutenzione ordinaria e straordinaria. Tutto ciò in linea con uno sviluppo dell’edilizia in cui per troppo tempo la progettazione non ha tenuto conto del sistema integrato edificio-impianto e che quindi ha prodotto prevalentemente costruzioni estremamente energivore e di bassa qualità che necessitano ora di riqualificazione.

I dati della Cassa Edile di Pistoia del 2014 ribadiscono il calo di imprese, lavoratori, iscritti e ore lavorate; il calo dei prezzi è tuttavia iniziato solo a partire dal 2011. Per quanto riguarda il settore residenziale una stima di Scenari Immobiliari pubblicata lo scorso luglio su Il Sole.24 Ore stima l’invenduto provinciale in 1.770 abitazioni.
Il riordino del catasto dovrebbe poi aumentare il carico tributario, dal momento che a Pistoia le categorie economica, popolare ed ultrapopolare sono attribuite all’86% delle unità immobiliari. Le opere pubbliche, dal canto loro, soffrono dello storico deficit di stazioni appaltanti di peso, come porti o Università che invece si trovano in altre province toscane.
Ma la riflessione che è emersa segnala che, al netto della recessione generale in cui si inserisce anche la crisi dell’edilizia locale, il territorio pistoiese si connota per un’intrinseca inappetibilità generale per eventuali investitori. Mancano in altre parole le condizioni che rendono un territorio fortemente attrattivo: a partire dall’infrastruttura sanitaria e dalle eccellenze universitarie e produttive fino agli impianti sportivi o alla bassa pressione fiscale.
Bisogna che tutti facciano un’operazione di verità e che si dica chiaramente che tutta l’area Firenze-Prato-Pistoia si trova in una condizione di degrado tale per cui non è nemmeno più sufficiente pensare di gestire le rendite consolidatesi nella storia. Firenze ha un’Università più che esima nelle classifiche internazionali e il turismo di massa riguarda un mondo ormai trapassato e disgiunto da quello attuale, che non offre né cultura né particolari innovazioni.
A proposito del vuoto di proposte, di cultura e di intraprendenza, Luciano Pallini ha ricordato che a Pistoia si è iniziato a parlare del recupero di San Jacopo in Castellare negli anni 70, appena lui stesso entrò in Comune. Il fallimento di intere generazioni di classi dirigenti pistoiesi, indifferentemente politici e burocrati, si percepisce materialmente proprio da quel gioiello del romanico incastonato sulla ripa rocciosa che si inerpica in Piazzetta delle Scuole Normali, sul retro della Forteguerriana. E pensare che fino a qualche anno fa la Fondazione Caripit era disposta a mettere svariati milioni di euro per un progetto di recupero!

Del resto cosa hanno prodotto, in termini di contributi concreti, singole soluzioni operative o semplicemente teoriche, le centinaia di associazioni culturali o para locali, a parte autocelebrarsi – quasi tutte – in pompa magna credendo di volare nell’iperuranio senza però notare di essere a un livello provinciale nel senso deteriore del termine? E di esempi e circostanze ne abbiamo infiniti, tra l’altro raccontati senza mandarlo a dire: dalla blasonata Società Pistoiese di Storia Patria, ai Dialoghi/Monologhi Sull’Uomo che, oltre a sprecare un mucchio di soldi, servono solo a mercificare, nella logica prettamente consumistica dell’usa e getta, una presunta cultura che in realtà non si radica né progredisce di un millimetro.
L’architetto Gualtierotti ha rammentato la lettura giovanile del profetico libro di Roberto Vacca, Il Medioevo prossimo venturo, in cui si teorizza l’esigenza, per le nuove generazioni, di acquisire competenze in proporzione più che doppia rispetto a quelle precedenti: pena il ritorno ad una condizione di oscurantismo, che, appunto, si è realizzata.
Non si potrebbero spiegare diversamente i tanti casi pistoiesi di interlocutori che non si riconoscono in progetti o interessi comuni o di fazioni perennemente in lotta. Vittima ne è però la collettività: l’operazione Arboreto è solo uno dei tanti esempi di non-investimento strategico e di progetto senza finalità condivisa.
Le macerie all’ex Breda suggeriscono poi che la realtà è complessa e si governa con l’impegno risoluto e non con le fascinazioni retoriche con cui i pistoiesi raggiungono l’orgasmo.
Tutti questi limiti all’innovazione e alla progettualità operosa, che in definitiva bloccano un marketing territoriale necessario per competere nel mondo, si nutrono e poggiano su di una inaudita cialtroneria della pubblica amministrazione e dei decision makers: lo si desume leggendo le argomentazioni di clamorose marce indietro su proposte che, col senno di poi, si sono rivelate delle sparate buone solo a delegittimare la serietà di enti ed istituzioni. Dalla Repower a San Bartolomeo.
Sulla ventilata riconversione della ex Radicifil di Bottegone in centrale termoelettrica a ciclo combinato (turbina a gas più turbina a vapore) è intervenuto anche Marco Ballati, segretario provinciale Fillea Cgil, dimostrando purtroppo di essere – come tutti quelli che allora intervennero – completamente estraneo all’oggetto della discussione.
Chi, ingenuamente e giustamente, sperava nel reinserimento di una decina (ma anche meno in verità) di dipendenti presso l’utility svizzera dell’energia, non sa che la Repower non avrebbe mai potuto accendere, qualora costruito, l’impianto: i cicli combinati sono ormai da anni fuori mercato, a causa di delocalizzazioni produttive e cannibalizzazione delle rinnovabili.

In altre parole, basta consultare i dati di Assoelettrica o Eurelectric, associazioni nazionale ed europea dei produttori elettrici, tutti gli impianti come quello ipotizzato a Bottegone devono funzionare 6000 h equivalenti/anno per essere remunerativi: attualmente sono andati in crisi (viaggiano a malapena 4500 h, le rinnovabili hanno invece priorità di dispacciamento) e a livello nazionale si è inventato il salvagente del capacity payment (si remunera anche la disponibilità di potenza dei grandi gruppi) per salvare alcuni dei tanti che specularono, da metà 90, investendo nel ciclo combinato, la produzione termoelettrica tecnologicamente più efficiente e pulita. Il gruppo De Benedetti (Sorgenia) è quello che più ha beneficiato di questo provvedimento, prevalentemente per non far fallire le banche subentrate nella proprietà.
Assenti i politici ad eccezione di Simona Laing, candidata al Consiglio Regionale della Toscana, che ha preso la parola per apprezzare il prezioso lavoro di elaborazione di idee offerto da chi mette a disposizione analisi e risorse per indicare scelte lungimiranti e responsabili.
Se si sbaglia l’analisi si sbaglia tutto, ma si sbaglia tutto anche se prevale la logica dei compartimenti stagni che non dialogano o che dialogano in maniera autoreferenziale. Non ci sono in definitiva motivi per non arricciarsi le maniche, qui a Pistoia, ed ora, senza pessimismo. Non servirebbe.






















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