«PRENDETE I VOSTRI FIGLI E TORNATE IN ALBANIA»

Shpetim Daja e sua moglie
Shpetim Daja e sua moglie

PISTOIA. Coraggio, onestà e dignità, certe volte, non bastano. Shpetim Daja lo può testimoniare. Perché nonostante possegga tutti questi requisiti, giovedì prossimo, 2 ottobre, così come disposto dall’ufficiale giudiziario, le autorità lo sfratteranno da via del Cacio 3, al primo piano, dove vive con la moglie, due figli, di 19 e 7 anni, la suocera e il padre. Ci sta da parecchi anni, in quella casa e mai, in tutto questo tempo, qualcuno ha avuto da lamentarsi, titolari compresi.

Nell’agosto del 2013 però, Shpetim smette di pagare l’affitto: 520 euro. La ditta per la quale lavora non naviga in buone acque, tanto che nel dicembre dello stesso anno, chiude, con tanto di lettera di licenziamento.

Shpetim non ha la forza di trovarne un altro, di impiego: ha 5 ernie al nervo sciatico e il dottore gli ha severamente proibito di sottoporsi a qualsiasi sforzo, se non dopo l’intervento chirurgico. Shpetim è un operaio edile e non sa svolgere mansioni che non richiedano fatica: teme che dopo l’operazione non possa fare l’unica cosa che conosce e che riesce a fare.

Si rivolge all’Inps e ottiene la disoccupazione: i primi mesi l’Istituto previdenziale gli eroga un assegno intorno ai mille euro, cifra che cala progressivamente, con il trascorrere dei mesi, fino all’agosto scorso, ultimo mese di sovvenzione, 700 euro.

“Ho sempre confidato nel buon Dio – racconta Shpetim, che siamo andati a trovare nell’appartamento dal quale verrà, con molta probabilità, sfrattato –. Lui mi ha dato la forza di salire su quel barcone, nel 1998, e di farmi arrivare sano e salvo fino a Brindisi, e sempre lui mi ha aiutato a ricostruirmi una vita, con il lavoro e tanti sacrifici qui, nel vostro Paese, di cui ora anch’io sono un cittadino a tutti gli effetti. Non ho mai elemosinato nulla: ho sempre avuto la forza di tirare avanti da solo e ce l’ho sempre fatta. Le cose sono cambiate, però; forse non potrò più svolgere il lavoro che conosco bene, l’operaio; e per questo, recentemente, ho chiesto aiuto al Comune e agli assistenti sociali. Ho anche ottenuto, a giugno, il contributo di assistenza residenziale del Comune: 520 euro al mese, il prezzo dell’affitto, per un anno intero, ma il proprietario, che si è rivolto all’avvocato, non ne ha voluto sapere e ha deciso di cacciarmi ugualmente di casa, anche se il contratto (che ci mostra – n.d.r.) scade nel 2015. Siamo persone oneste, perbene, non capisco perché improvvisamente la gente ci giri le spalle”.

“Non so quante volte sono stata in Comune – aggiunge la moglie, più tenace del marito –. Prima a chiedere spiegazioni, poi a sapere se tra le abitazioni destinate all’emergenza (quelle delle Fornaci, tanto per capirci – n.d.r.) ci fosse anche un appartamento per noi. Molte volte non mi hanno nemmeno ricevuto, facendomi dire da commessi o da assistenti sociali di non avere il tempo per darci relazione, soprattutto perché impegnati a sbrigare altre cause più problematiche della nostra. Ma non mi sono data per vinta e di fronte alla mia insistenza non hanno saputo fare altro che dirmi di prendermi la famiglia e tornare in Albania. Me lo hanno detto, non dubiti. Le sto dicendo la verità. Dall’Albania siamo scappati e qui in Italia siamo riusciti a dare dignità ai nostri figli: che facciamo, ora, torniamo indietro? La bambina è nata qui, è pistoiese; il ragazzo si sta diplomando, sogna un lavoro, una vita e una famiglia e pistoiese lo è diventato, felice di esserlo”.

Mentre prendiamo appunti, suona il campanello dell’abitazione. A fare visita alla famiglia Daja è Rosanna Vignali, l’inquilina del piano di sopra di via del Cacio 3. Ha 71 anni, è pistoiese ad origine controllata e ha voglia di dire la sua.

“Vivo in questo palazzo da tanto tempo e in tutta la mia vita poche altre volte ho conosciuto persone così gentili e discrete. Perché li vogliono buttare fuori, a chi danno fastidio? Non certo a noi coinquilini, né ai titolari. Sotto, probabilmente, deve esserci altro”.

Qui tutti si lamentano del troppo baccano della Sala. Non sarà che ci sia davvero qualche manovra un po’ mariuola…?

Sul divano di fronte a dove parliamo, la suocera di Shpetim controlla ogni parola, tutti i gesti, anche i semplici sguardi. È vestita di nero. Un lutto in onore di quello che la vita le ha fatto vivere e soffrire e un lutto per quello che la vita sembra volerle ancora riservare.

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