
MANCA IL CIBO nei negozi. E non sto parlando della Corea del Nord.
Dunque, ci eravamo lasciati il 24 giugno con queste oche giulive leghiste e pentastellate che così esultavano.

A distanza di 4 mesi scarsi, la Realtà, nota fiancheggiatrice di speculatori, complottisti e multinazionali, si presenta timidamente all’uscio.
E tanto basta per mandare in tilt quel poco di cervello che i politici britannici possiedono ancora.
Margaret Thatcher che nasceva oggi ma nel 1925, se ci fosse ancora lì manderebbe tutti a zappare.

Oggi comunque non si hanno notizie di nuove dichiarazioni di stampo nazistoide da parte di May e soci (e hanno rischiato grossissimo a inizio settimana. La sterlina era pronta a fracassarsi di nuovo, ci è mancato un pelino).
In compenso…
NEGOZI VUOTI SOTTO IL BIG BEN
È di oggi la notizia che la catena britannica di supermercati Tesco, presenta da qualche giorno i suoi scaffali semivuoti.

Cosa accade? Accade che Tesco sta litigando con Unilever, il più grande produttore di cibo del Regno Unito, nonché nota multinazionale, nonché suo fornitore.
Unilever infatti produce gran parte delle sue derrate all’estero e, in conseguenza del fatto che la sterlina si è deprezzata violentemente (e continuerà a farlo ancora per un po’) ha visto i suoi margini azzerarsi e dunque ha reagito alzando repentinamente i prezzi del 10%.
Tesco dal canto suo ha sospeso gli ordini da Unilever.
LE PRIME VITTIME DELLA BREXIT
Ecco che allora si inizia a delineare uno scenario che, ampiamente previsto e prevedibile, non è stato a mio parere, spiegato come si doveva agli inglesi.
Ovvero: la sterlina si è svalutata, ciò significa che, in un Paese che è importatore netto di tutto, tutto sta diventando più caro e la cosa non potrà che peggiorare nel momento in cui, uscita dal mercato unico europeo, fuori dal Wto (Organizzazione mondiale del commercio) la Gran Bretagna vedrà le sue esportazioni sottoposte a dazi che ora non ci sono: e questo senza poter fare lo stesso, se non vuole peggiorare la situazione sopradescritta.

Intanto l’inflazione tendenziale vola al 3,6%, e tutto ciò che viene importato, come si vede dal caso Tesco, è destinato a rincarare del 10-20% nel giro di pochi mesi.
Se ci pensiamo è piuttosto evidente chi siano le vittime di questa situazione: non i ricchi, che sempre ricchi sono, ma la cosiddetta working class, coloro che hanno votato in massa la Brexit, i cui stipendi sono bassi e che rischiano di non riuscire più a mettere insieme il pranzo con la cena.
Domanda ai lettori: se in Inghilterra succede questo pur non essendo cambiata la valuta, cosa pensate che accadrebbe in Italia se uscissimo dall’Euro?
Vogliamo stare (molto ma molto) ottimisti e ipotizzare un’inflazione al 30% nei primi mesi?
MAY, IL NULLA CHE AVANZA
D’altro canto, ieri mi sono visto in diretta la discussione alla Camera dei Comuni inglese.
Ora, a parte l’abisso di civiltà rispetto ai nostri parlamentari, con i quali si svolgono le discussioni, vi è da dire che, la riunione convocata per, finalmente, dibattere sulla Brexit, ha partorito il nulla.
Il Parlamento ha dimostrato una volta di più come nessuno avesse davvero preso in considerazione l’eventualità che al referendum vincessero i sì, così che nessuno avesse pronto un piano di uscita. Nessuno dimostra di averlo ora.
E ciò che più conta, la premier May dimostra tutta la sua dissennatezza nel propugnare un’uscita dura, non solo dall’Ue, ma anche dal mercato unico.
Una follia autarchica da parte di un Paese che, se non arrivasse il cibo da Oltremanica, morirebbe di fame in una settimana.
PIOVE SUL BAGNATO

Dunque se la Gran Bretagna è un importatore netto, se, come abbiamo spiegato giorni fa, la manifattura è poca roba e quel poco è in mano ad aziende straniere (il settore auto in mano a tedeschi e indiani), di cosa si campa a Londra?
Si campa da almeno 30 anni di servizi e finanza. Ma, ora che l’Inghilterra sta tornando al suo (non più) “splendido” isolamento (“c’è nebbia sulla Manica, il Continente è isolato”), le grandi banche stanno progettando e annunciando, il trasferimento delle sedi a Francoforte (o forse Parigi); la Nissan medita la chiusura delle proprie fabbriche.
Quindi cosa resta a una nazione che ha puntato tutto sulla finanza e sui servizi connessi, se poi basta che una decina di multinazionali decidano di trasferire altrove le loro sedi, per far crollare tutto come un castello di carte?
LA FINTA MOSSA
Oggi il Financial Times quantifica in 20 miliardi di sterline la perdita secca e immediata causata dall’uscita all’Ue per le casse inglesi, a causa della fine dei trasferimenti da Bruxelles.
E non solo: per i prossimi dieci anni verrà a mancare qualcosa come il 9% del Pil attuale rispetto alle previsioni pre-Brexit.

Queste sono solo le prime avvisaglie di cosa aspetta agli inglesi se i loro politici non recuperano un minimo di visione prospettica.
No, forse non è la conclusione. Infatti i cittadini inglesi sembrano più lucidi dei loro governanti, se è vero come è vero, che un sondaggio condotto in questi giorni mostra un netto cambiamento nell’opinione pubblica inglese: se si rivotasse ora i remain vincerebbero in modo schiacciante.
E allora probabilmente non dispiace nemmeno alla premier May sapere che oggi si è aperto il dibattito presso l’Alta Corte di Giustizia inglese, sul ricorso presentato da cittadini che contestano il diritto del Governo a decidere sull’uscita dall’Ue.
Infatti, in base alle leggi inglesi, pare che tale prerogativa sia esclusiva del parlamento, senza contare che il referendum era consultivo e non vincolante.

È chiaro che se la corte dovesse dare ragione ai ricorrenti, tutto tornerebbe in discussione (e io compro sterline) e molte castagne verrebbero levate dal fuoco. Scommettiamo?
UNA GUERRA CIVILE CONVIENE?
Anche perché la Scozia si appresta, in caso di avvio della Brexit, a chiedere un nuovo referendum sull’indipendenza e c’è da giurarci che stavolta passerebbe.
Stesso problema con l’Irlanda del Nord, che non ha nessuna intenzione di rinunciare all’Ue.
PER CHIUDERE

È chiaro che se gli inglesi hanno pensato a una trattativa dura con Bruxelles sbagliano i loro calcoli, perché se l’Ue rappresenta una buona fetta del Pil inglese, la Gran Bretagna non è una parte significativa del Pil europeo e si sbagliano di grosso se pensano di uscire mantenendo invariate le condizioni economiche di accesso al mercato unico.
Nessun’altra nazione ha voglia di fare concessioni al Regno Unito che possano incoraggiare altri Paesi a fare lo stesso passo (vedi Le Pen in Francia).
E poi col casino che c’è ora in Cina… Perché avete saputo, vero, della Cina?
Calmi, che domani ve lo racconto…
[Massimo Scalas]
[Fonti: House of Commons, Bbc, Financial Times, Forexlive]


























