wonderland. LA YELLEN BALBETTA & E IL PETROLIO TRACCHEGGIA. 1

Janet Yellen
Janet Yellen

NELLE ULTIME DUE settimane, sul fronte internazionale non ci sono grandi novità, la Cina ha subito un downgrade da Standard and Poor’s passando da un Outlook stabile a negativo (infatti crescerà quest’anno, “solo” del 6.5%…. e in questo folle mondo, fatto di un’Europa ferma, il 6,5% cinese è valutato come una miseria…), la Yellen, a mio parere un pessimo presidente della Federal Reserve, con i suoi balbettii, i suoi stop and go (in due settimane è stata capace di dire tutto e l’esatto contrario di tutto), continua a ingenerare confusione nei mercati finanziari che invece, avrebbero bisogno di chiarezza e mano ferma.

La parte interessante, è data quindi dal mercato petrolifero. Il prezzo non è riuscito a rompere la resistenza che segnalavo venti giorni fa posta a 42 dollari al barile (linea rossa con ellisse) e, sulle voci di ennesime difficoltà in seno all’Opec per raggiungere un accordo per un taglio alla produzione, abbiamo avuto una discesa che ha portato alla rottura del supporto dei 38 dollari al barile (linea verde), che è proseguita durante questa settimana per poi recuperare in parte, in chiusura.

In effetti all’Opec amano farsi del male da soli, qualche giorno fa era filtrata la seguente ipotesi di accordo: eliminare i barili in metallo, per sostituirli con barili di plastica più capienti, in modo da ridurre lo stock di barili presenti nel mondo (in pratica un effetto ottico che non cambia le cose)… ahahah! Risultato:

  • ̶  Crollo delle azioni delle aziende produttrici di barili metallici
  • ̶  Impennata delle azioni delle aziende produttrici di resine plastiche
  • ̶  Sfondamento al ribasso del supporto (vedi grafico) nelle quotazioni del greggio.

Inoltre pare che, mentre tutti i produttori parlano della necessità dei tagli alla produzione, l’Iran sia arrivato a pompare 3.5 milioni di barili al giorno e la Russia è giunta al picco di 10.9 milioni di barili al giorno.

andamento borsaIn queste condizioni è pensabile che il prezzo del petrolio possa risalire oltre i 40 dollari al barile in maniera stabile? Non credo proprio. Consideriamo che l’andamento del petrolio è in parte stagionale, con l’estate dell’emisfero nord del mondo che normalmente, porta ad un aumento delle quotazioni, legato anche al maggiore movimento turistico.

Intanto prosegue il braccio di ferro con i produttori americani, i quali, grazie alle continue innovazioni tecnologiche sono riusciti a dimezzare i costi produttivi, tanto che ormai il punto di pareggio è sceso ben sotto i 40 dollari al barile (due anni fa era a 60-70, ora siamo tra i 25 e i 35).

Questo cosa sta determinando? Determina che dal 2015 sono fallite, in Usa, 50 società petrolifere (1% dei produttori americani) e altre ne falliranno, ma senza calo produttivo. Infatti la cosa interessante è che queste società, accedono al Chapter 11, cioè grosso modo la nostra amministrazione controllata (https://it.wikipedia.org/wiki/Chapter_11) senza interrompere la produzione, poiché le banche, a fronte dei continui abbassamenti dei costi, decidono di sostenerle e credere in loro (uguale alle banche europee vero?).

Emblematico il caso del secondo produttore di questi 50 falliti, la Texas-based Magnum Hunter Resources  (mhrcq.pk), i cui 3000 pozzi continuano a produrre e, questo fatto è visto molto bene dai creditori, che insieme alle banche sono anzi, disposti a iniettare nuovo capitale, perché proprio la produzione di oro nero è per loro la migliore garanzia di rientrare dei crediti.

Insomma fallimenti che rilanciano le aziende fallite con nuovo capitale. Questo è un ulteriore conferma della forza di sistema americano, basato sulla voglia e la capacità di prendere dei rischi calcolati, sia da parte degli imprenditori che delle banche (e ricordiamoci sempre che in Usa se non fallisci almeno una volta non sei nessuno, è fallito Trump, è fallito Bill Gates, Steve Jobs… solo per citarne alcuni: fallire, imparare, rialzarsi, ripartire… par di vedere l’Italia…).

Ed è anche una brutta notizia per i sauditi.

Per chiudere l’argomento petrolio a 360°, ad ulteriore conferma che in Italia abbiamo seri problemi d’informazione, The Huffington Post, edizione australiana, pubblica una sconcertante inchiesta, sulle mazzette che le majors del petrolio, pagano ai governi arabi e non solo, per accaparrarsi le concessioni petrolifere (vedi).

Eni e Saipem sono coinvolte, eppure in Italia tutti zitti. Leggendo l’articolo sconcerta che tutte queste multinazionali (vedi) si servano del medesimo mediatore per ottenere concessioni che potrebbero spartirsi senza pagare tangenti. L’idiozia al cubo.

INTANTO IN GIAPPONE

IL CARCERE DIVENTA WELFARE PER PENSIONATI

Pensionati giapponesi in carcere
Pensionati giapponesi in carcere

Visto che dalla Cina, l’unica novità che arriva è data dalla scoperta che i comunisti puri e duri non portano più i soldi in Svizzera ma a Panama, direi di vedere un po’ come se la passano i pensionati giapponesi: a dieta direi.

Qui (vedi) potete leggere una cosa che ci potrebbe apparire lunare, ma che non è detto che prima o poi non accada anche da noi: si dà il caso che in Giappone siano sempre di più gli anziani che divengono ladri seriali… roba da poco conto, che rubano con l’intento dichiarato di finire in carcere, dove avranno vitto e alloggio di buona qualità.

Questo perché le pensioni giapponesi sono basse rispetto al costo della vita e se, negli ultimi 20 anni, grazie alla deflazione il loro valore aumentava nel tempo, ora, grazie alla Abenomics, ovvero al Qe giapponese, l’inflazione è tornata, impoverendo proprio i pensionati. Leggete, che è interessante…

IN COMPENSO DRAGHI GIGANTEGGIA

SUL NANETTO DI RIGNANO

(Tipica espressione di Draghi quando vede un tedesco o…. pensa alle slides di Renzi: è ufficialmente aperto il concorso: “Dimmi cosa sta pensando Draghi e ti dirò chi sei”)

Come dicevo la volta scorsa, abbiamo finalmente un politico italiano coi fiocchi. Uno che guida un’accozzaglia di banchieri centrali, ognuno portatore di interessi nazionali differenti, con un mandato che non è certo a tutto campo come quello di cui gode la Yellen, ma è, per statuto, limitato all’obbiettivo di un’inflazione al 2% (ossessione tedesca, che apposta l’hanno voluta come unico punto del mandato Bce: perché ancora pensano all’iperinflazione che portò Hitler all’ascesa e perché non vogliono che si prendano iniziative che comportino lo scucire quattrini per gli altri).

Quando vedo Renzi...
Quando vedo Renzi…

Quindi niente politiche per lo sviluppo e l’occupazione… Nonostante questo e contro i maggiori azionisti della Bce, i tedeschi, Draghi è riuscito , senza dare appigli legali a Weidmann e Schauble, addirittura a determinare un calo dei deficit degli Stati in difficoltà.

Così dobbiamo a lui, e non a Renzi lo spendaccione, se il rapporto deficit/pil nel 2015 scende a 2.6% (mancando però l’obbiettivo dichiarato e sbandierato del 2.1%) rispetto al 3% del 2014.

Infatti se guardiamo i numeri vediamo che abbiamo

  • ̶  Un avanzo primario leggermente inferiore al previsto e pari all’1.5% del Pil
  • ̶  Una spesa per interessi pari al 4.2% del Pil e di ben mezzo punto percentuale di Pil inferiore al previsto. Un dato che non avevamo dal 1978 quando c’era ancora la liretta…
Renzi: « Ci s’ha una crescita grossa così...!»
Renzi: « Ci s’ha una crescita grossa così…!»

È quest’ultima la voce che rende possibile il calo del rapporto deficit/Pil al 2.6%  nel 2015 ed è determinata, in toto dalle politiche monetarie di Draghi e dall’acquisto massiccio di titoli di Stato da parte Bce sempre per decisione di Draghi.

Infatti se pensiamo che il Pil nominale italiano viaggia intorno ai 2mila miliardi di dollari annuo, e calcoliamo il mezzo punto di Pil risparmiato, vediamo che si tratta di  circa 11 miliardi di euro che impediscono all’Italia di sballare tutti i conti e consentono di restare sul filo del rasoio dei parametri Ue.

Questa è stata la vera unica consistente voce di risparmio dell’Italia nel 2015, in quanto la spending rewiew si è ridotta ad una barzelletta con un saldo finale tra risparmi e nuove spese di 360 milioni… che secondo Itzhak Yoram Gutgeld, il super commissario alla spending, dovevano essere 25 miliardi!

Domanda: ma possibile che l’unico ebreo che non capisce niente di economia ce lo siamo presi noi? Vabbè.

Renzi, intanto, cui oltre a difettare il senso del limite non brilla certo per riconoscenza ai meriti altrui, ovviamente oggi twitta felice che è tutto merito suo… e non pensa a cosa accadrà quando questa fase finirà e la Bce tornerà a politiche normali. E non pensa a quando, prima o poi, anche il petrolio tornerà a livelli normali (anche qui miliardi risparmiati)… Comunque, al nostro caro leader ci torniamo dopo con comodo, perché i numeri restano e le slides passano (tanto chi se le ricorda poi…?).Ora introduciamo quello che resta un tema cruciale per il futuro del paese con una…

PICCOLA LEZIONE DI ECONOMIA

  • Differenza tra capitale adeguato e liquidità. Differenza tra liquidità per un privato e per una banca.
  • Liquidità di una banca: capacità di fornire denaro ad un cliente
  • Liquidità di un privato o azienda: capacità di accedere al denaro

Come sappiamo “tutto il denaro è denaro, ma non tutto il denaro è denaro”. Infatti il ​​95% del denaro non è in contanti. Per capire la differenza tra il capitale e la liquidità adeguata prenderemo due aziende private per poi applicare gli stessi principi a una banca. Supponiamo che due imprenditori abbiano entrambi 1 milione di euro sul conto aperto per finanziare una nuova azienda.

Entrambi calcolano che questo deposito vada a coprire i costi dell’azienda per un anno. Quindi all’inizio entrambi hanno 1 milione di liquidità e nessun capitale nelle loro rispettive attività.

Aiutoooo!
Aiutoooo!

L’anno va bene e ognuno ha un fatturato di 2 milioni con un profitto di 1 milione. Se uno dei due decide di spendere 1 milione in ricche feste e finanziamenti alle Leopolde di turno, per celebrare il successo del primo anno di attività, allora inizierà il secondo anno con 1 milione di liquidità e nessun capitale.

Se l’altra persona decide di tenere il milione di profitto in una riserva, ora avrà 1 milione di liquidità e  1 milione di fondi propri di capitale, che lo protegge contro l’insolvenza per un periodo limitato di tempo.

Quindi è facile capire perché così tante aziende falliscono nei primi anni, perché non hanno avuto il tempo sufficiente per costruire riserve di capitali (o se le sono sprecate), e perché restare sul mercato richiede una solida base di capitale.

In queste due aziende è ormai chiaro che una persona ha capitale e l’altra persona non lo ha, ma entrambi hanno la liquidità nei loro conti correnti.

Ora, se guardiamo una banca possiamo vedere che il principio è lo stesso, come in ogni attività.

Il capitale dovrebbe essere costituito da fondi propri tali, da metterla in condizione di restare al riparo dalle turbolenze dei mercati per qualche anno in caso di crisi economica prolungata.

Tuttavia il concetto di liquidità è diverso rispetto a un’azienda normale, in quanto a una banca viene chiesto di far fronte tutti i giorni alla domanda di denaro contante dei clienti.

Senza bisogno di regole e regolamenti una banca prudente dovrebbe detenere liquidità sufficiente per soddisfare tale domanda (liquidità) e avere  fondi propri sufficienti (capitale) per fronteggiare i crediti inesigibili, le flessioni del mercato, ecc.

Le allegre comari di Windsor
Le allegre comari di Windsor

La storia delle crisi bancarie, andando indietro nei secoli, ha dimostrato che le banche spesso non seguono queste semplici regole, e ha portato alla nascita di regolatori esterni: la Banca Centrale e la Banca dei regolamenti internazionali (Bri), che hanno obbligato le banche a detenere il 10% del loro patrimonio complessivo in contanti.

La storia recente, italiana, dimostra quanto questi controlli siano necessari, quanto siano stati inefficaci quelli esercitati dalla Banca d’Italia e quanto, al contrario siano efficaci quelli della Bce.

Il problema della capitalizzazione investe in Italia tanto le banche quanto le aziende, sia a causa delle dimensioni che della mentalità, che spesso ha fatto sì che entrambe siano utilizzate come dei bancomat personali.

Perché non ci sbagliamo, ai tempi delle vacche grasse non si contavano gli imprenditori che invece di reinvestire gli utili in azienda si compravano la Ferrari. Ma torniamo al tema delle banche.

LA BANCHE FUGGONO

LA REALTÀ LE INSEGUE

La gente fa fatica a capire quanto sia fondamentale il sistema bancario per il nostro benessere. In genere si oscilla tra giudizi tranchant che stanno tra il termine “avvoltoio” e il termine “usuraio”.

Il Pd ha salvato la banca del papà della Boschi
Il Pd ha salvato la banca del papà della Boschi

Sono semplificazioni che fanno contenti gli avventori del bar sport, ma che non aiutano a comprendere. In realtà per decenni, prima della finanziarizzazione spinta dell’economia, le banche hanno avuto un ruolo propulsivo e di crescita.

Poi, poi di fronte ad un fatale arresto della crescita mondiale, che doveva pur venire, si è scelto, in ordine sparso, di inondare il pianeta di liquidità a costo zero, nella convinzione che denaro gratis sarebbe stato uno stimolo sufficiente a riavviare gli investimenti privati e pubblici (e attenzione che inizia ad aleggiare l’idea di dare direttamente fiumi di denaro alla gente… non è una bufala… ma ne riparleremo…).

Ma questo, pur con risvolti positivi per altri aspetti, non è avvenuto, per tanti motivi, il principale dei quali legato alla situazione disastrosa della maggior parte dei debiti pubblici mondiali, che non ha permesso l’avvio di progetti e investimenti di portata sufficiente a rimettere in moto anche quelli privati. Privati che ovviamente, rischiando denaro proprio, vanno e investono solo dove le condizioni lo consentono.

E per condizioni, badate bene, non s’intende salari da fame, ma condizioni giuridiche, logistiche, ambientali che favoriscano l’assunzione di rischi e responsabilità da parte imprenditoriale. Tradotto: leggi semplici, chiare, che non mutano a ogni cader di foglia, assenza di criminalità pervasiva, presenza di strutture legate ai trasporti adeguate, tassazione ragionevole in rapporto ai servizi offerti.

Non altrimenti si spiegherebbe come mai stiamo assistendo a una fuga massiccia e disordinata di capitali dalla Cina e vediamo  Paesi che, come la Danimarca, che ha il più alto costo del lavoro in Europa pari a 41 (è un indice), veda un’economia che tiene botta e l’Italia, il cui costo del lavoro è pari a 28, invece langue, con investimenti esteri, al netto delle favole, a livelli ridicoli e decrescenti.

qualcuno sapeva
Qualcuno sapeva…

Ma torniamo alla banche: in tale contesto siamo alla fine di un’epoca:

  • ̶  Fine della redditività da interessi, visto i tassi negativi decisi dalla Bce
  • ̶  Fine della cuccagna delle obbligazioni subordinate, vendute in Italia a privati con rendimenti che se proposti a grandi gruppi istituzionali avrebbero dovuto essere molto, ma molto superiori. Queste obbligazioni, residuali in Europa, sono 400 miliardi di euro in Italia, un terzo dell’attività bancaria. Con le nuove direttive spariranno velocemente.
  • ̶  Fine delle rendite da titoli pubblici: pensate che ormai comprano debito italiano a tassi negativi per titoli scadenza due anni (quelli francesi fino a 4 anni, quelli tedeschi fino a 7 e quelli svizzeri fino a 15 anni!). In pratica ci pagano per finanziare il nostro debito.

Questo significa che le banche, per stare sul mercato, dovranno da ora in poi trovare altre fonti di redditività, ovvero dovranno tornare a proporre prodotti all’economia reale, prendersi dei rischi ponderati (cosa che, come abbiamo ben visto, non facevano più, dando soldi agli amici insolventi, che tanto c’era tutto il resto che garantiva la rendita positiva e se non bastava… c’era lo Stato) ma ineludibili.

Insomma, dovranno tornare a dare/chiedere soldi a chi produce vera ricchezza. È un dato di fatto… (a meno che non preferiscano trasferire i costi dei tassi negativi al cliente… ma farebbero un passo falso visto che c’è chi inizia a pensare di tornare ai forzieri dove tenersi gli utili aziendali)…

[Massimo Scalas – continua]

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