
MA COME SI FA? Noi, piccolo (anzi gigantesco) giornale di provincia, continuiamo a mettere numeri, ragionare su dati, procedere in modo razionale (in un Paese in cui si spendono 15 miliardi di euro l’anno in maghi e tarocchi) poi, arriva il ruffiano di turno, popolare o meno, locale o nazionale, e questo basta. E se non basta, tutti tengono famiglia, anche l’Istat…
ISTAT E DINTORNI
In settimana l’Istat ha rivisto ex-post i dati relativi al Pil del periodo 2013- 2015: il 2014 si era chiuso con un -0,3%. Anzi no.
Contrordine compagni! Il 2014 non si chiude con un meno, ma con un bel +0,1%! Roba che nemmeno il mago Zurlì.

In ogni caso, voi mi direte, è solo una finezza statistica, una roba da pignoli. E invece no, perché di colpo, saltano fuori dal nulla 7 miliardi di euro, che non c’erano e ora ci sono. Un po’ come succede normalmente a tutti al lavoro.
Il datore vi chiama e col sorriso sulle labbra vi dice che ha sbagliato i calcoli e quindi voi ora avete in tasca 500 euro in più. Voi vi frugate, cercate nei calzoni, nel portafoglio, ma niente. Non ci sono, ma per non fare brutta figura con il brav’uomo lo ringraziate pure.
Le revisioni ex-post dell’Istat si vanno facendo un po’ troppo frequenti. Sono cose da Venezuela (con rispetto, ma non troppo) e minano la credibilità dell’Ente. Però entusiasmano: i lecchini del Pd.
LE FREGOLE DELLA FREGOLENT
E allora eccovi qua questa bella dichiarazione:
“I dati diffusi oggi dall’Istat ci danno due chiare indicazioni: la prima è che le misure varate dal governo Renzi a partire dal 2014 hanno favorito l’inversione di rotta per la nostra economia con il passaggio dal crollo e dai dati preceduti dal segno meno a quelli preceduti dal segno più; la seconda è che dobbiamo moltiplicare il nostro impegno riformatore per consolidare una crescita che c’è, ma che è ancora debole e va ulteriormente sostenuta.

“Diminuisce il debito, non aumenta la pressione fiscale, si sancisce l’impatto positivo delle misure varate a sostegno delle famiglie (vedi gli 80 euro), come quelle in favore delle imprese (vedi la riduzione della fiscalità per chi investe), con una rivitalizzazione del mercato del lavoro che, anche attraverso il Jobs Act, ha permesso un aumento dell’occupazione di oltre 400mila unità: la direzione di marcia è dunque quella giusta, ma non ci accontentiamo. Per questo dobbiamo spingere con ancora maggiore decisione sul pedale delle riforme”.
Così la Vicepresidente del Gruppo Pd alla Camera, Silvia Fregolent (nome=programma!).
Bene, questa signora può scegliere: o non sa leggere i dati, il che non stupirebbe; o mente, cosa che stupirebbe ancora meno. In ogni caso trattasi di affermazione falsa.
L’INDICATORE ECONOMICO CHE NON MENTE

Ma dove è in particolare che mente? Mente sul debito (sul Jobs Act abbiamo detto tanto e messo così tanti dati univoci sul fatto che questo provvedimento abbia avuto un’efficacia effimera, che ora siamo un po’ stufi), che insieme al rapporto deficit/Pil è forse l’unico indicatore che dà l’esatto polso dell’andamento economico di una nazione. E non può essere confutato.
Ve lo rimettiamo per l’ennesima volta, con la speranza che la Fregolent de noantri si astenga, almeno in orario di ufficio, dal renderci partecipi del suo giubilo senza perché (Buona sera dottoressa, come va? Che aria tira nelle segrete stanze del chiacchiericcio a perdere pistoiese?)
CHI DI ISTAT FERISCE DI ISTAT PERISCE

Ma il tempo è galantuomo, la vita non è una cosa semplice, non è un imbuto che si svuota; la vita è un’immensa meravigliosa alchimia di vasi comunicanti. Ciò che svuoti da una parte, riempie da un’altra.
Quindi ora il buon Renzi ha bisogno di altro che i giochetti da Ermione Granger. Infatti se nel 2014 il Pil non fa segnare un -0,3 ma un +0,1%, significa che nel 2015 e a cascata nel 2016 è più basso delle stime.
E infatti è così: nel 2015 abbiamo un 0,1% in meno e attendiamo fiduciosi che ci illuminino al riguardo degli altri tre punti decimali missing in action (alias spariti: che si fa? Mandiamo una squadra di ricerca?)
LE SFIDE A SCOPO ELETTORALE DI RENZI
In settimana. La Bce certifica che l’Italia cresce poco e male, così come ci spiega che, quando c’è da far peggio, noi non siamo secondi a nessuno.
Draghi ha cortesemente chiarito a Renzi che sì, il nostro debito è un problema, grosso. Grosso perché aumenta.

Juncker invece, dati i toni finto-bellicosi del nostro eroe, si premura di far sapere agli italiani che, in questi due anni e mezzo di governo Renzi, ci sono stati concessi ben 19 miliardi di debito in più, cioè di quella che la propaganda di distrazione di massa chiama flessibilità, perché si sa, che noi italiani ci pieghiamo, spesso e volentieri e pure a 90° se serve, ma non ci spezziamo mai. Se si tratta di debito aggiuntivo siamo veramente inossidabili.
E ora che ci hanno “escluso” dal vertice sull’agenda digitale europea tra Juncker, Merkel e Hollande (ma che vertice è?…mah!), è scattato nuovamente l’interruttore renziano (sbaglia chi reputa Renzi un borioso subacculturato… questo è uno che legge… conosce a memoria tutti gli scritti di Pavlov, in primis quelli sul riflesso condizionato del cane omonimo), che come input ha un classico che da due anni non tramonta: l’Europa cattiva non ci capisce, ci vuole fallita… ma io (Renzi), come un novello San Giorgio, vado, lancia in resta, a sconfiggere il Drago.
In particolare, questa “esclusione”, è vista come (sigh!) un avvertimento dell’Europa alla povera, piccola Italia. Una roba tipo mafia. Scusate: sarò ingenuo ma non tonto. Qui ogni 6 mesi parte un’elezione: e siccome i nostri cari leaders, che ci hanno trascinato in questa situazione, sono gli stessi che pretendono di occupare il potere a dispetto dei risultati, cosa fare di meglio, se non creare ad arte conflitti inesistenti a beneficio degli stolti, in modo che, risvegliando i nazionalismi, possano ancora restare con la seggiola appiccicata al culo? È una farsa. Che sia chiaro.
IL VERO NODO
Naturalmente c’è anche un conflitto vero, importante e che, a seconda di come andrà a finire, segnerà l’Italia e l’Europa per i decenni a venire. È sul sistema bancario italiano. La mina vagante di cui si discute ormai apertamente in tutto il mondo e non solo in Europa (basta leggere giornali non italiani per capirlo).
MPS E SORELLE

Infatti il vero nodo del contendere è il salvataggio di Mps, altrimenti chiamato aumento di capitale.
Il problema, come scrivevamo tempo fa, è che la banca, dopo due aumenti di capitale in due anni per complessivi 10 miliardi, ora ne capitalizza 500 milioni. Ovvero, in due anni sono stati bruciati 9,5 miliardi.
Le azioni, che nel 2008 valevano 90 euro l’una, ora valgono 0,15 centesimi. Questo a causa della crisi, ma soprattutto della mala gestione. Mala gestione che evidentemente non è stata ribaltata dalla gestione di questi ultimi due anni.
Ora Mps vorrebbe chiedere ai mercati di ricapitalizzarla per altri 5 miliardi. Mi spiegate perché mai un investitore dovrebbe mettere in Mps una cifra pari a 10 volte la capitalizzazione attuale? Che multipli dovrebbe mai arrivare a fare una banca in queste condizioni per remunerare un investimento del genere?
E infatti il timore, più che fondato, è che come per le banche venete, tale richiesta ai mercati sia un flop, che porterebbe Mps dritto contro un muro e, a seguire, tutto il sistema bancario italiano e a seguire, lo Stato e tutti i topi che ballano nella stiva.
A questo punto, si parla sempre più insistentemente di attivare la direttiva Brrd e in particolare si parla, di Burden Sharing. Ovvero si parla di una soluzione che prevede la conversione delle obbligazioni, in primis le subordinate, in possesso dei clienti di Mps, in azioni, con un intervento dello Stato al 50%.
IL NOCCIOLO DELLA QUESTIONE
E LE NOCCIOLINE CHE AVANZANO
Questo è il cuore del contendere: il Mef di Padoan vorrebbe poter estendere l’intervento pubblico oltre il 50% di fatto nazionalizzando la banca (a spese nostre): da Bruxelles per ora rispondono picche.

Potevamo farlo quando l’hanno fatto tedeschi e spagnoli nel 2012 e 2013; ma noi si sa, avevamo (e per Patuelli dell’Abi, ancora abbiamo) il sistema bancario migliore del mondo e quindi non l’abbiamo fatto: e ora, cambiate, col nostro consenso, le regole, non possiamo più farlo.
A tale proposito ricordo, che a gennaio Renzi si presentò in televisione (non ricordo se da Vespa o altro) per invitare la gente a sottoscrivere azioni e obbligazioni di Mps, che era solida, sicura e candidata a miss Italia.
Ricordo che poche settimane fa, in un’intervista alla rete americana Cnbc, si è coperto di ridicolo annunciando di aver ripulito Mps delle sofferenze bancarie.
Tutti sappiamo come è andata a finire e spero che nessuno abbia seguito i suoi consigli. Mps sarà un ottimo affare, ma solo dopo e se ci sarà, l’aumento di capitale.
Intanto prosegue la china pericolosa di mutualizzazione dei debiti da parte delle nostre banche, inaugurata con Banca Etruria, Banca Marche, Cari Ferrara e Cari Chieti.
È di ieri la notizia che il Fondo Interbancario, il fondo costituito dai soldi delle banche italiane per tutelare i depositi fino a 100mila euro, è intervenuto, come fece con le banche sopra citate, a salvare un’altra banca decotta, la Banca di Cesena.
E avanti, Savoia!
[Massimo Scalas – 1. Continua]
[Fonti: Istat, Bankitalia, Radio 24]





















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