vicofaro. BONA NIGRIZIA-EUROPA CATTIVA: QUANTE CONTRADDIZIONI PER AIUTARE CHI È FELICE A DIVENTARE TRISTE E SFRUTTATO!

Finché avremo fra noi gente che riscuote i nostri stipendi, ma che fa più spesso gli interessi propri che quelli dovuti alla collettività (vedete Claudio Curreli e Terra Aperta a tutti per principio ideologico inammissibile), potete meravigliarvi se da don Biancalani c’è quel che c’è


Attenti ai doppioni…


MA DOPO IL GAMBIA

A PISTOIA CHE GAMBIA?


 

Il problema Vicofaro coincide col problema procura. Bisogna essere orbi o in malafeder per non volerlo vedere

 

Se a Vicofaro qualcosa non va – e ce n’è più d’una – la colpa non è di don Biancalani. Su questo non ho dubbi.

Se riflettete bene circa il rapporto che c’è tra me, Edoardo Bianchini, e lui, Massimo Biancalani, non potete che concludere che non c’è scontro. Non c’è mai stato e non ci sarà neppure mai: lui fa il don, e io fo il mio mestiere di informatore-giornalista (anche se a Coletta & C. ciò dà enormemente noia) senza impicciarmi dei fatti suoi e delle sue scelte di vita.

Lui, con la sua Vicofaro e i suoi comitati antifascisti-antirazzisti, tira avanti la sua politica – perché sono convinto che non sia solo una questione di natura evangelica a spingerlo; ma anche una realtà di sottintesi ideologici interscambiati e confusi con qualche pizzicottone di teologia della liberazione ormai un po’ demodée.

Lui se ne impipa delle norme e delle regole che dovrebbero valere (e che vengono rigidamente applicate ai cittadini italiani). Lui lascia i suoi 140 (ma forse anche un dugentinaio, direbbe Mario il bagnino) “cacare” in 2 cessi e mezzo, che non sono allacciati perfettamente alle fognature come si dovrebbe, perché per la chiesa di Santa Maria Maggiore non era prevista una rastrelliera di buchi alla turca, o dei cacatoria (neutro plurale latino da “cacatorium”, nomen loci) a buco, come quelli ai Auschwitz.

Lui, i suoi ospiti, li lascia pisciare ai muri della gente che sta appiccicata alla chiesa, perché anche se esiste la famosa ministra giapponese del piscio, Unsurina Sumuri, esso è un elemento naturale che non rientra neppure nella gestione dell’ideologia green di cui l’Europa progressista è antesignana. Detto questo, cari lettori, fatti sua!

Cosa cambia tra Gambia e Vicofaro?

Se un problema c’è – a Sarcofago City – c’è a livello istituzionale. Quale livello? Tutti. Comune e Asl, infatti, fanno solo per finta: perché l’Asl, che è incellofanata, come un bagaglio aereo, alla politica del Giani di Montenero, non muove una beata minchia per fare ciò che dovrebbe: cioè stangare per gli aspetti socio-sanitar-penali la situazione che, se presente in un garden qualsiasi, in una azienda qualsiasi, in un ristorante qualsiasi, in una bottega qualsiasi, porterebbe a impietose legnate di multe da fare spavento, interventi di Nas, chiusure e sigilli. Mentre il Comune, quello di Tomasi, fa la mossa ma non va oltre.

E lascia che i legali di Vicofaro giochino a tutto campo con ricorsi al Tar – poi, magari, quando c’è l’udienza, non si presentano e il cliente (vedi, da quel che mi si rappresenta in relazione alla Luciana Ferretti e al suo garden) lo piglia sonoramente in the apples. Ma questa è un’altra storia.

Il tema che sto affrontando – con Linea Libera e insieme a Alessandro Romiti – è altro e ben più grave e al tempo stesso pericoloso.

Se a Pistoia-Sarcofago non funziona una beata minchia (non funzionano le forze dell’ordine; non funzionano gli accertamenti sugli infortuni sul lavoro, specie in àmbito Asl; non funzionano i prefetti, che sono sempre e comunque ignari di tutto e di più; non funzionano i Comuni, i cui territori vengono compromessi sempre più di giorno in giorno – vedi degrado del Montalbano; vedi Carbonizzo di Fognano etc. – grazie alle «prossimità sociali/aderenze/complicità» dei loro organi politici e amministrativo-burocratici, il problema generale è, né può esservi dubbio, tutto concentrato in una procura che, preposta alla sorveglianza dell’applicazione delle norme e delle regole, agisce (e non smetterò mai di ripeterlo, scriverlo e sottoscriverlo) “a seconda dei casi e delle persone”.

Se uno si chiama Turco, Greco, Negro, Giallo, Verde, Marrone, Rosso o altro, no. Se uno si chiama altro o Bianchini o Linea Libera o Romiti o Balls-breakers, sì.

Finché avremo fra noi gente che riscuote i nostri stipendi, ma che fa più spesso gli interessi propri che quelli dovuti alla collettività (vedete Claudio Curreli e Terra Aperta a tutti per principio ideologico inammissibile), potete meravigliarvi se a Vicofaro c’è quel che c’è?

A tal punto che – leggete bene la Michela Monti su La Nazione – colà girano 150-200 illustri sconosciuti che nessuno in procura vede né percepisce; mentre fra Coletta, Contesini, Curreli, Gambassi, De Gaudio, Martucci, Gaspari, Serranti, Boccia e chissacchì (ivi compreso il presidente del Tribunale Barbarisi) si sta dietro solo a un giornale on line che:

  1. Claudio Curreli e l’incredibile storia di Padre Fedele Bisceglia… Cosa è cambiato da allora?

    non ha alcun obbligo di registrazione; ma

  2. comunque è diretto e guidato da un giornalista (io) che scrive da un anno prima (1967) che nascesse Curreli (1968), il quale vorrebbe insegnarmi il giornalismo montanelliano, proprio lui che ha promosso così brillantemente la sua carriera giudiziaria nascondendo il famoso fascicolo a favore di Padre Fedele Bisceglia.

Come posso avere fede, allora, nelle «autorità costituite» tanto difese dalla Gip Martucci? Non posso fidarmene di più di un dio a bottone accendi-spengi come un aspirapolvere.

Che, se collegato, purifica don Biancalani in nome del Vangelo; se scollegato, invece, non solo non risolve il problema dell’accoglienza come si vorrebbe far credere, ma crea – con l’avallo di una procura di dubbia qualità (mia opinione, posso?) – un sacco di problemi ai vicofarini, convinti di poter partecipare alla corsa dei tori di Pamplona senza finire incornati e sforacchiati dalle corna di questi minotauri pistoiesi della legge, lì solo per prenderci gentilmente in giro!

Edoardo Bianchini
[direttore@linealibera.online]


MA POVERO “BUON SELVAGGIO”!

 

Don Biancalani fa la spesa alla Coop di Agliana

 

È ingenuamente commovente leggere quello che il don dichiara alla Michela Monti.

Sembra di essere tornati all’illuminismo di Rousseau e al mito (attenti al termine: mito) del buon selvaggio.

Nell’entusiasmo del voler rappresentare, antistoricamente, la felicità come emerge dalla narrazione del don, si capisce che tutta la gioia di vivere presentàtaci nel Gambia pur in assenza della cucina e del cesso in casa, finisce per essere travolta – e direi ingiustamente – dal medesimo modus operandi dei missionari che sradicarono negli africani (ma anche in tutti gli altri popoli della terra) l’idea dei loro dei naturali per imporre quella, più complicata e assai più infelice, di una teologia della sofferenza di qua per guadagnarsi i benefici di là… O in altri termini, il miraggio del «rinuncia alla gallina oggi, che forse domani ti do un uovo» (ovviamente di canarino, non di struzzo)!

Perché, mi chiedo, mutare traumaticamente la condizione del buon selvaggio in Gambia, con la sete della nostra civiltà, per cui molti, partiti da là dov’erano felici anche senza cucina e senza cesso in casa, si ritrovano a Vicofaro dove mangiano scatolette di tonno e sono costretti a utilizzare solo 2,5 cessi per il solido, e qualche decina di metri di muro per deporre la cosiddetta “acqua”?

Perché nessuno, né il don né Curreli né altri, mi spiega queste evidenti contraddizioni senza senso?