
PRATO-VERNIO. L’ex sindaco di Vernio Paolo Cecconi scrive al segretario della federazione del Pd di Prato Gabriele Bosi e al segretario dell’Unione di Vernio Pierluigi Amerini:
Sono a scrivere questa lettera con una certa amarezza, non avrei infatti mai voluto lasciare la forza politica che ho considerato per diversi anni il naturale approdo ed importante strumento del centrosinistra italiano, quella a cui guardare con forza come protagonista del futuro del nostro paese.
Ho resistito negli scorsi tre anni decidendomi infine a rinnovare, quasi alla fine di ogni singolo anno, senza alcun entusiasmo, anzi pieno di dubbi sul da farsi, l’adesione al Pd.
Ora, alla luce della recente vicenda congressuale, dell’esito delle primarie e del contesto generale in cui si sono svolte, è tempo ormai di rompere ogni indugio, e dar corso alla decisione che ormai da diverso tempo era in fieri.
Dopo il periodo di disagio sofferto in questi ultimi anni di segreteria politica Renzi, disagio acuitosi in occasione del Referendum Costituzionale del dicembre scorso, momento in cui mi sono sentito assai distante dalla linea politica assunta dal Pd, la conferma della irrecuperabile differenza di posizioni politiche è venuta a maturazione proprio con l’esito del recente congresso e la netta affermazione di Renzi, nella nostra zona quasi un plebiscito, alle primarie.
Tutti i limiti manifestatisi nell’azione e nella linea politica del Pd in questi ultimi anni hanno ricevuto così piena legittimazione dalla preponderante parte della base popolare del partito, che ha scelto con forza di manifestare il proprio sostegno a Renzi e alla sua linea, mentre la parte più di sinistra, più critica verso questa gestione, quella ai cui argomenti e battaglie mi sento più vicino, è emerso come non abbia, e anche in futuro non avrà, all’interno del partito che un ruolo marginale e di pura, fra l’altro mal tollerata dalla maggioranza, testimonianza.

Ho voluto attendere l’esito congressuale prima di assumere la decisone che annuncio nella speranza che le argomentazioni e i programmi avanzati dal raggruppamento facente capo a Orlando ricevessero più attenzioni e consenso nella base del partito e che un diverso percorso si potesse così per il futuro ipotizzare.
Purtroppo l’esito del confronto è stato così fortemente marcato che quest’ ultima ipotesi, di un corso diverso del Pd rispetto a quello affermato dal suo confermato segretario, pienamente sostenuto da una stragrande maggioranza, non è affatto prevedibile.
Molte sono le motivazioni che mi distanziano dalla linea e dalle connotazioni assunte ora dal Pd:
-dalla rottura del legame con gli strati della popolazione più in difficoltà, più poveri, senza lavoro, alla incapacità di rapporti con il mondo della rappresentanza sociale più popolare come quella sindacale, cui viene preferito quelli con il mondo imprenditoriale e finanziario;
-dal progressivo allontanamento da valori classici della sinistra, come quelli della giustizia sociale e dell’eguaglianza per una linea sempre più moderata e che punta alla conquista, e di conseguenza alla rappresentanza, della parte più politicamente di centro, se non addirittura di centro destra del Paese, al crescente adeguamento all’ imperante personalizzazione del confronto politico, se non alla sua diretta promozione e all’affermazione di un leaderismo totalizzante e che finisce nell’ esplicarsi della teorizzazione e concretizzazione della coincidenza nei massimi incarichi di governo e di partito;
-da una concezione dell’organizzazione del partito assai “liquida”, se non “gassosa”, evanescente, e che si riduce quasi a quella di una sorta di comitato elettorale attivo solo quando ci si approssima alle consultazioni, alla mancanza di discussione sui contenuti delle scelte fondamentali da compiersi, che vengono prese al di fuori di qualsiasi tradizionale procedimento di discussione democratico e senza coinvolgimento della base del partito.

Queste le maggiori ragioni che mi portano a uscire dal Pd, insieme ad altre minori ma altrettanto importanti che non intendo mettermi ad elencare ma alcune delle quali accenno solamente.
La ormai prolungata fase di collaborazione con componenti del centrodestra nel governo del Paese, alcune, come quella legata a Verdini, particolarmente imbarazzanti, e la prospettiva, di fatto, di una riproposizione anche in futuro di tale approccio, col fine di assicurare la governabilità del Paese, non può ricevere il mio consenso. Se alleanze si devono fare, come necessario nella articolata composizione della politica italiana per assicurare al governo il sostegno di una pluralità di forze, si deve guardare piuttosto a sinistra alle formazioni più vicine ai valori fondanti del Pd e alla storia della sua costituzione.
Il Pd, dopo una fase di “rottamazione”, che si è in realtà rivelata più che l’affermazione di una nuova generazione alla sua guida, un processo di estromissione della sinistra e dei suoi valori, compresa quella che si è dimostrata l’inevitabile scissione precongressuale, sta divenendo sempre più il “partito di Renzi”. Una formazione politica, il Pd, che non può più suscitare in me autentico spirito di adesione ed entusiasmo, e, per onestà con me stesso, e verso l’impegno politico espresso in una vita dedicata alla battaglia progressista, per una maggior giustizia sociale e verso il miglioramento del Paese, non posso, oggi, dopo aver tanto indugiato nella speranza di un nuovo corso, che guardare più a sinistra; cioè verso un possibile processo di riaggregazione delle forze che possa mirare alla costituzione di un nuovo raggruppamento in grado di rappresentare un valido punto di riferimento per il rilancio di un autentico polo di centro sinistra che possa puntare a governare il Paese verso nuovi traguardi di progresso sociale e politico anziché, come attualmente sta avvenendo, a normare, di fatto, la riduzione delle conquiste sociali e politiche del secolo scorso, in particolare nella sua seconda metà.
Questa la mia analisi e ciò che mi induce a decidere di lasciare in questo momento il Partito Democratico; questa scelta compio, come tanti altri, nella speranza che si possa instaurare un dialogo fra il Pd e la sinistra, che a questo punto non può più offrire alibi e deve trovare la forza di unirsi per riuscire ad assumere un ruolo nella direzione del Paese, per andare a costituire un vero centrosinistra in grado di riprendere in Italia un cammino autenticamente democratico e progressista.
L’auspicio ancora più marcato è che i percorsi che oggi si separano possano tornare quanto prima a riunirsi, che i sentieri diversi che si sceglie di percorrere possano domani, con un profondo cambiamento della direzione del Pd, rendere di nuovo possibile la ripresa del cammino insieme su quella strada maestra che oltreché un ormai vecchio sogno appare essere una necessità storica, l’incontro dei grandi filoni di pensiero e delle tradizioni politiche popolari storiche del nostro Paese per la realizzazione di un nuovo corso di progresso e un contributo essenziale all’accelerazione del processo di costruzione di un’Europa politicamente più unita, più giusta, democratica e progressista.
Paolo Cecconi




















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