
PISTOIA. Un vecchio piemontese riservato che pare aver invertito l’ordine ineludibile del tempo e che all’età di 81 anni si mette in gioco, trasportando un’antica gemma introspettiva, Il giuoco delle parti, psicodramma meno giovane di lui, su un palcoscenico che è in realtà una location cinematografica.
A tirare fino in fondo l’elastico di questa commedia nata in tre atti e riletta con ulteriori strascichi di ansia e preveggenza in un unico tempo ci ha pensato Roberto Valerio, il regista, che ha deciso di mettere coraggiosamente mani su un testo così delicato, affidandone la trasposizione lungo un tapis-roulant ad un giovanotto come Umberto Orsini, Leone Gala, che per nulla preoccupato delle proprie primavere non si è minimamente intimorito nel vestire gli abiti sarcastici e cinici del protagonista e della voce narrante, quella che ha permesso di trasformare la leggendaria storia di inizio secolo in un veloce sketch contemporaneo.
Silia (Alvia Reale), la moglie piacente di Leone, è irreparabilmente vittima della totale impudica libertà concessale dal marito, soprattutto di flirtare in casa con lo sciocco e focoso amante Guido Venanzi (Totò Onnis), vittima delle curve della donna e degli incomprensibili raggiri filosofici di suo marito. Che vive, quest’ultimo, in prima persona e catapultato nel tempo, la questione d’onore che non si potrà lavare che con un duello. Ideale epilogo architettato da Silia per liberarsi una volta per tutte di quella presenza, fatiscente ma opprimente, del marito, che continua a tenerla in scacco nonostante trascorra con lei non più di un’insignificante mezz’ora al giorno, uno stillicidio di sorrisi, consensi e condivisioni che squarceranno le resistenze della coniuge, fino al punto da indurla a sognare la morte del marito.

“Sono molto contento di quello che siamo riusciti a mettere in piedi – racconta Roberto Valerio, il regista, a prima terminata, ieri, venerdì 9 gennaio, dopo che il Manzoni gremito ha salutato il mattatore e i cinque coprotagonisti al seguito con un caloroso, sentito, applauso -. Ci tenevamo a rispettare, in modo sacrale, Luigi Pirandello, senza però genuflettersi e senza fare un copia e incolla delle sue meravigliose preveggenze storiche, sociali e culturali. Desideravamo che l’immunità emotiva di Leone Gala, che sono, contemporaneamente, la sua delizia e la sua croce, divenissero poi, con il filtro sfumato del tempo che offusca ricordi e sagome, un ulteriore elemento distruttivo, che sarebbe dovuto intervenire proprio nel momento fatale della novella, quando la storia si increspa e si risolve facendo i conti con lo strappo”.
Sulla scena, poi, il Dottor Spiga (Flavio Bonacci), il medico personale di Leone Gala, il maggiordomo Socrate (Carlo De Ruggieri) e Barelli (Woody Neri), l’intermediario del duello. La semicirconferenza del palcoscenico è il salone dell’appartamento, arricchito da pochissimi elementi disposti solo lungo il perimetro, con pareti semoventi che lo trasformano in una stanza d’ospedale, un nosocomio psichiatrico, dove la lucida perfidia figlia di un totale nonsenso finirà forse per condurlo, mettendo così in dubbio tutta l’architettura che fino a quel momento ha rappresentato l’architettura dell’impianto del dramma, deviando così, ma senza contraddizioni, dalla strada maestra segnata da Pirandello.
Stasera, alle 21, prima replica, mentre domani pomeriggio, alle 16, terza e ultima rappresentazione. Oggi pomeriggio, alle 17,30, nel Saloncino del Teatro, sotto l’ospitale regia del direttore artistico Saverio Barsanti, Umberto Orsini e la compagnia incontreranno il pubblico.





















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