«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali»: ci pensa poi certa giustizia a seminare disperazione a larga mano
Si consiglia di partire, prima della lettura, dal precedente articolo che trovate qui
ENTRI NEL VORTICE
E NE ESCI SPAPPOLATO

Non è necessario scrivere molto. Basta raccontare, in sintesi, certi effetti devastanti che arrivano come una doccia fredda dal santo tempio del tribunale di Pistoia: servizio «tiportoviatutto» in nome della legge. Alias: esecuzioni immobiliari.
Parlo di una donna che, in vita sua, non ha fatto nient’altro che lavorare. Di un padre che, malauguratamente, prende l’impegno di comprare alcune piante di olivo, ma poi non porta a termine il contratto scritto su un pezzettaccio di carta. Da lì si innesta un contenzioso che genera debiti e distruzioni a catena.
Il padre muore, i tre figli perdono intanto una casa, che va all’asta. Perché nel frattempo una banca, di quelle con la pancia gonfia di titoli tossici delle truffe ai risparmiatori, attacca il patrimonio di famiglia; e il tribunale che – a quanto mi riferiscono – non legge manco il foglietto di una caramella, coinvolge nel vortice abissale anche altre tre case, ben catastalmente distinte, appartenenti ai tre figli: è convinto – il giudice con poca voglia di capire – che gli immobili siano una sola unità immobiliare. Alla fine la signora di cui vi parlo riesce a sfilare dal tritacarne quegli immobili, che con gli eventi dei debiti non hanno niente a che fare.
Ma ormai la cosa è incancrenita fino all’osso. La signora, vivaista di piccole dimensioni con un garden (un ettaro poco più di terra) riceve l’ordine del tribunale di pagare, mensilmente, 2 mila euro ai creditori che si limano i denti. O paga tale cifra o al 30 giugno – cioè tra una settimana – dovrà andarsene da dove si trova.
Non è più giovanissima. Ha le mani consumate dal lavoro: si vede che conosce bene solo la fatica. Si rivolge al giudice delle esecuzioni e chiede sei mesi di tempo per sbaraccare: non vuole che le sue piante muoiano.
E prega, con le lacrime agli occhi, la dottoressa Nicoletta Maria Curci di darle quel tempo per espiantare e ricollocare il suo capitale di “vite vegetali” da qualche altra parte: «Sono vive – mi dice – e sono senzienti come noi umani, le piante. Io so che soffrono. E non riesco a sopportarlo». Piange come una vite tagliata.

«Se lei mi costringe ad andarmene alla data del 30 giugno – dice la signora alla giudice Curci – mi toglie il pane. Non so più dove andare a mangiare…».
La legge è dura. Come la zucca di certi giudici o il cuore di altri appartenenti alla stessa categoria.
La risposta della ferrea esecutrice immobiliare è contenuta, poi, in un documento ufficiale: se la signora, che piange la morte delle sue piante, non ha nessun altro mezzo di sostentamento, può essere tranquillamente affidata ai servizi sociali.
Cari pistoiesi culilingui e silenziosi, che vi abbassate a ossequiare le «autorità costituite», non provate alcun senso di umana solidarietà con gente che finisce in mezzo a una strada? Ne provate solo nei confronti dei neri di Vicofaro carissimi anche al sostituto Claudio Curreli, magistrato della procura e marito della giudice Maria Nicoletta Curci, che favorisce i clandestini coordinando le associazioni dell’accoglienza con la sua capofila Terra Aperta?

Osservate questa coppia d’alto affare (cito Manzoni), cui il Pm capo Coletta perdona (in un silenzio colpevole e oscuro, e insieme al presidente del tribunale Maurizio Barbarisi) l’incompatibilità ambientale (Curreli e Curci non possono lavorare fianco a fianco, ma ci lavorano e su materie affini, una sul versante civilistico e l’altro su quello penale), e il fatto che lo scout Curreli riscuote dallo stato per fare il Pm, ma favorisce i clandestini con la sua attività di accoglienza che collide coi suoi doveri istituzionali.
Non credete che sarebbe l’ora di fare chiarezza e pulizia in questo tribunalino delle nebbie in cui – così mi dicono – ci sono fin troppe cose che non tornano, con giri di esecuzioni, sequestri e vendite all’asta che superano di gran lunga la ben più produttiva e ricca Prato?
Vi sembra, o civilissimi culilingui del deserto pistoiese, che sia normale tutto questo viavai di beni senza sosta da una persona all’altra?
E l’ultima domanda: ma quell’ettaro di terra non sarà mica, per caso, in odor di una fabbricabilità che possa far gola a qualcuno, come era successo, una volta, nel caso della storia oscura del Carbonizzo di Fognano?
Edoardo Bianchini
[direttore@linealibera.online]










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