
PISTOIA. Il vostro lettore Lemme, nonostante il cognome evochi una certa lentezza, mi pare abbia invece colpito nel segno con una certa rapidità.
All’indomani del nuovo autoincensamento del baldo-Baldi sul decreto amianto (difficile non notare il controcanto silenzioso della più arguta Bini) in molti sembrano accorgersi che le cose sono più complesse di come vengono raccontate secondo il (poco dolce) stil nuovo renziano.
Stanco della retorica del nuovismo e del salvifico intervento che trarrà le tute blu pistoiesi fuori dall’immobilismo, vorrei porre alcune domande cui gradirei risposte chiare.
Primo. Perché si escludono dai benefici i pensionati, che sono quelli che più di altri hanno respirato l’amianto? Non vale la risposta che si tratta di benefici previdenziali non monetizzabili, perché si doveva procedere in parallelo a risarcire anche e prima di tutti coloro che hanno lavorato l’amianto e che hanno partecipato alla rimozione del tettoni anche se oggi in pensione.
Secondo. Perché non avranno diritto ai benefici coloro che già in anni passati hanno avuto riconoscimenti? Se esposizione durante la rimozione d tetto c’è stata e dà diritto ai benefici, perché non riconoscerla a tutti?
Terzo. Non suona vagamente inquietante la formula secondo cui hanno diritto ai benefici solo coloro che hanno partecipato a tutte le fasi di rimozione del tetto?
Quarto – e più importante di tutti gli altri quesiti. Davvero si crede che realisticamente il “datore di lavoro” (immaginiamo AnsaldoBreda…) possa produrre adeguata certificazione circa il fatto che individualmente i lavoratori presenti nello stabilimento non utilizzavano i dispositivi di protezione individuale?
Come sa chi ha seguito minimamente le vicende legate all’amianto, mai l’azienda ha riconosciuto questo, perfino in sede giudiziale. Allora, avendo un po’ di sana curiosità, vorrei sapere se si ritiene possibile una ritrattazione che porterebbe a sconfessare quanto detto in sede processuale.
Soprattutto se si considera che tale certificazione dovrebbe avere “data certa”, quando molti sanno che i lavori del tetto hanno avuto “strascichi” nel corso degli anni.
Quinto. Perché si è chiesto ai lavoratori di presentare domande “alla cieca”, ossia quando ancora il decreto non c’era, per poi dover dire a molti di loro: “Scusate, abbiamo scherzato”?
Sesto. Anche ammettendo che tutte queste condizioni siano rispettate, occorre un’ulteriore certificazione dell’Inail che si pronuncia sull’ammissibilità.
Insomma, un percorso a ostacoli, che lascia indietro molti.
Il dubbio che viene, a leggere il testo del decreto, è che si sia voluto fare un provvedimento “ambientale”, in cui tutti coloro che erano presenti nello stabilimento avevano diritto ai riconoscimenti, ma poi, visto che “la coperta è corta”, si è dovuto restringere (via i pensionati), e poi restringere (via chi aveva già avuto riconoscimenti), e poi restringere ancora (la dichiarazione con cui l’azienda confessa che non aveva dotato i lavoratori degli strumenti di protezione necessari).
Allora, davvero. Siccome la coperta era corta lo sapevamo già, se le domande di cui sopra sono corrette (e se non lo sono, chiarisca il baldo-Baldi i dubbi che sono di molti…), ma ne faccio un’altra.
Non era meglio pensare a un atto circoscritto, magari un atto di indirizzo che, in ragione della specificità dei lavori di scoibentazione del tetto, prevedesse prepensionamenti espliciti per alcuni e parallelamente un riconoscimento economico per i pensionati?
Un atto più sobrio, meno annunciato, ma più equo.
[*] – Confidente, ospite




















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