
PISTOIA. Era convinto che sarebbe bastato chiedere scusa. Ma gli agenti della Polizia, quando lo presero fuori dalla banca con un suo complice e con 7.000 euro in contanti appena rapinati, gli misero giustamente le manette e lo portarono in carcere. E lì, in Santa Caterina in Brana, la Casa circondariale di Pistoia, dove è stato recluso dal 2004 al 2006 e poi una seconda volta dal 2009 al 2010, ma stavolta ingiustamente con tanto di assoluzione con formula piena perché il fatto non sussisteva, se riesce a trovare uno straccio di lavoro e un posto dove andare ad abitare, vorrebbe non tornarci. Ma se dopo il 30 giugno, quando gli scade anche il piccolo contratto a termine che ha, non dovesse trovare nulla di dignitoso e onesto da fare, non è da escludere, anzi, è quasi certo, che Giuseppe Italiano, 29 anni il prossimo 7 giugno, sarà davvero in bruttissime acque.
“È vero, ho sbagliato e ho pagato, ed è giusto che sia così – ci racconta Giuseppe Italiano, incontrato sulla Sala, perché la Caritas, dove dorme, dalle ore 13 alle ore 19 chiude i battenti –, però ho il diritto di avere almeno un’altra possibilità: ma se non me la danno, in qualche modo a mia moglie e a mio figlio, che vivono a Palermo, qualcosa dovrò pur mandare”.
La storia di Giuseppe Italiano è una di quelle che somiglia, in questo Paese, a quella di molti altri poco fortunati come lui: nascere in una città con pochi sbocchi, se non quelli offerti dalla Mafia e poi scappare lontano, per provare a dimenticare. Ma senza riuscirci.
Giuseppe arriva in Toscana poco più che maggiorenne. Lavora in Valdinievole, abita a Massa. La ditta nella quale è impiegato, chiude. Per due giorni si organizza, si arrangia, patisce la fame. Il terzo decide, con il suo compagno di fuga e di sventura, che è arrivato il momento di agire. Entrano in banca e portano via l’incasso. Fuori, sulla porta, ci sono i poliziotti ad aspettare i due giovanissimi delinquenti alle prime armi. Li arrestano.
Giuseppe sconta la pena, tra detenzione e arresti domiciliari. In Toscana, da Palermo, lo raggiungono i genitori e la moglie, dalla quale ha anche un figlio. Lavoretti saltuari, nulla di fisso e duraturo, ma quanto basta per riuscire a sopravvivere e poter sognare un mondo migliore. Nel 2009 la Polizia lo cerca e lo trova un’altra volta: si sospetta che sia lui l’autore di un’altra rapina, sempre nella zona. Un altro anno e mezzo di carcere, ma stavolta senza giustificazioni: con quella nuova brutta storia, Giuseppe Italiano non c’entra assolutamente nulla. Lo riconosce anche il giudice, che lo assolve con formula piena.

I servizi sociali, allora, gli tendono una mano, approntando un programma di reinserimento. Ma le cose non vanno per il meglio. Giuseppe non ha i soldi per potersi permettere il lusso di pagare un affitto. Lo ospita la Caritas, dove ha un letto dove poter dormire. La notte. Il pomeriggio il Centro d’accoglienza chiude e Giuseppe è costretto a girovagare in città, aspettando che le lancette del tempo tornino a toccare le 19, momento nel quale la Caritas riapre il portone e il ragazzo può finalmente stendersi e soprattutto sottrarsi dagli sguardi impietosi di chi conosce la sua storia e di chi riesce, facilmente, a immaginarsela.
Lunedì però, terminata, da calendario, l’emergenza-invernale, Giuseppe Italiano verrà buttato fuori anche dalla Caritas e nonostante che il suo impiego, iniziato ad aprile, scada il 30 giugno, non sa dove andare a dormire.
“Non ho i soldi per poter pagare l’affitto anche di una sola stanza – continua a raccontare –. La gente con la quale divido l’elemosina di un posto al sicuro la notte è abituata a sopportare: io molto meno. Da lunedì prossimo speriamo davvero, come dicono alla Caritas, che arrivi il bel tempo e che di giorno splenda il sole. Così, almeno, la notte, dormire all’aperto sarà meno duro…”.



























