PISTOIA. Alle 10:02 il professor Bartoli mi invia – per chiarezza e da pubblicare – la riflessione da lui scritta e messa sul suo facebook, da me qui sopra inserita, come si può vedere, fin dalle 8:42.
Vi aggiunge, Bartoli, in premessa, quello che segue:
Caro Bianchini,
nonostante abbia pubblicato il mio comunicato, con cui dichiaravo un no comment rispetto all’articolo apparso su Il Fatto quotidiano che dava una falsa notizia, senza le stesse modalità con cui ha pubblicato tutti gli altri comunicati che le sono pervenuti nei giorni scorsi, mettendolo nel corpo di un suo commento; nonostante mi fossi aspettato da lei con la sua magistrale puntigliosità una analisi lucida e implacabile della telefonata al fine di scovare ciò che poteva essere l’unico elemento che per un giornalista deontologicamente giustificava tutto quello che stava accadendo, e cioè la commissione da parte mia di un reato; nonostante questo, voglio rispondere alle domande che mi ha posto. Ho molti difetti, ma non quello di sottrarmi soprattutto al dialogo con chi lo sollecita. Finché il dialogo non diviene tra sordi.
Nei giorni scorsi lei ha scritto: “Siamo troppo corretti e liberi (da veri non-pistoiesi) per ignorare qualsiasi nota da qualsiasi parte venga. E tuttavia – ce lo impone una professione che noi facciamo sul serio e davvero: e lo dimostriamo ogni giorno in questo “sarcofago in sonno” – dobbiamo chiedere a Roberto Bartoli, ordinario di diritto penale a Firenze, e gliene chiediamo una risposta che è dovuta, cosa intende dire quando scrive «peraltro registrata a mia insaputa»: è illecito registrare una telefonata fra due persone? è un reato? o non lo è?”.
Nonostante anche l’incipit di queste sue parole (e ci mancherebbe che non pubblicaste), ecco cosa intendevo dire con l’inciso («peraltro registrata a mia insaputa» – n.d.r.).
Da qui in poi, Bartoli, ri-scrive – se non erro: e se non è così, chiedo preventiva scusa – ciò che ha pubblicato, come detto, su facebook, e che è stato ripreso da noi (vedi).
Tuttavia, con la puntigliosità (quasi da leguleio) che mi attribuisce e di cui lo ringrazio, dato che è la base di qualsiasi analisi o ricerca, vorrei puntualizzare a Bartoli che nel suo intervento tutto c’è fuorché le risposte sollecitate e attese. Che qui ri-sollecito e ri-attendo analiticamente, e di cui, come un agente di Pg (non di Perugia, di polizia giudiziaria), chiedo ancora il trattamento a.d.r. (= a domanda risponde):
- è illecito registrare una telefonata fra due persone?
- è un reato?
- o non lo è?
Perché:
- se non è illecito registrare una telefonata fra due persone
- se non è un reato
– e questo può e deve dircelo solo il professor Bartoli, rispondendo a monosillabi e non in altro modo – è ininfluente, a mio giudizio (ma, direi, non solo), se non addirittura fuorviante e improprio, in quanto solo sottilmente emotivo/suggestivo, l’aggiungere, quasi come un sospiro, quel «peraltro registrata a mia insaputa», riferito alla telefonata, che orienta il lettore o comunque il pubblico – in assenza di ammissione dell’inoffensività della registrazione sotto il profilo penale – a credere che chi ha registrato abbia commesso un delitto e, per giunta, immorale, immondo, dis-etico e inammissibile. E queste operazioni (suggestive, come le ho definite io) sono un conclamato esempio – mi consenta – di pessimo giornalismo e, nella fattispecie, di pessima comunicazione.
Se, al contrario, la registrazione non è un reato, chiedere a me di indagarvi e scoprirvi possibili risvolti penali nel contenuto, è domandare a un giornalista di atteggiarsi a giudice: per quale motivo? Sta scritto… non tenterai il Signore Dio tuo.
C’è, invece – e credo che questo lo abbia perfettamente colto Il Fatto Quotidiano (ciò che Bartoli chiama ironicamente “Misfatto Quotidiano” – o l’intuizione è errata?), l’interesse pubblico, dei lettori e degli e-lettori Pd, a conoscere anche quel dato di fatto: su questo “dubbio non v’è”, avrebbe detto perfino il Mago Otelma.
Quanto al pubblicare il suo (di Bartoli) comunicato «mettendolo nel corpo di un suo commento» (suo commento intende commento scritto da Edoardo Bianchini), non dubiti, Bartoli, che l’operazione sia scorretta: non lo è sotto alcun profilo, né deontologico né morale.
Il suo commento (di Bartoli) è talmente ben evidenziato in color-mattone, che non può né sfuggire al lettore, né considerarsi, come dire?, depistante: e il suo diritto (di Bartoli) di esprimersi nella più ampia libertà e completezza è salvo e pienamente garantito. Sull’opportunità, invece, del “come fare”, sarà il giornalista professionista (come l’avvocato, come il medico, come il giudice, come il cattedratico che si occupa di un problema e lo analizza) a dar concretezza al metodo. O sbaglio?
Resta, però, il fatto (sostanziale) che alcune domande – da me puntigliosamente ripetute – sono ancora inevase.
Non so (e faccio una semplice battuta, intendiamoci) come si comporta il cattedratico Bartoli quando fa esami: ma se Bartoli fosse sotto esame con me a Letteratura Latina (e non nascondo di averlo fatto – e non me ne vergogno) e nel rispondere mi saltasse le due domande essenziali che gli ho rivolto, potrebbe dire “a cuor leggero” che sbaglierei se gli dessi un 21 anziché un 30? Io credo – “a cuor leggero” – proprio di no.
È vero: il candidato Roberto Bartoli ha dato una lunga risposta, con speciose (in senso positivo, intendiamoci!) analisi e considerazioni… Ma «a domanda risponde» non ha risposto per ben due volte.
21! Sì, 21! E, forse, sarebbe anche troppo…





















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